Così l’ex parroco del “Sacro Cuore” don Pietro Mitta all’omelìa: “Tu fai parte della schiera dei giusti, lo dico con certezza. Sei “giusto” non nel senso che eri perfetto ma nel senso che sei stato reso giusto da Cristo”. Di sé, Massimo ha scritto: “So di non essere stato simpatico a tutti, ma spero che tanti mi abbiano apprezzato per com’ero”
(C.Bott.) “Tu fai parte della schiera dei giusti, lo dico con certezza. Sei “giusto” non nel senso che eri perfetto, senza difetti e irreprensibile, ma nel senso che sei stato reso giusto da Cristo, che ha offerto la sua vita per liberarci dai nostri peccati e dalle nostre ingiustizie così da renderci santi e graditi a Dio. Sei stato reso giusto da quel Cristo che ora vedi faccia a faccia. Quel Cristo, agnello immolato e vivente in eterno, davanti al quale ora canti le sue meraviglie con la forza e la potenza della tua voce”.
Don Pietro Mitta, che a Mandello Lario fu parroco dal 2008 al 2018, ha introdotto così la sua omelìa al rito funebre di Massimo Gilardoni celebrato oggi pomeriggio nella prepositurale del Sacro Cuore.
“In maggio - ha aggiunto il celebrante - mi aveva chiesto che al suo funerale come prima lettura fosse proclamato il brano tratto dal Libro della sapienza in cui si afferma che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio. “Poi se sono o non sono giusto lo deciderà il Signore”, mi scrisse in un messaggio”.
“Massimo non aveva un carattere facile - ha detto don Pietro - Si potrà dire di tutto e di più, di lui. Ma una cosa però va detta chiaramente: Massimo era una persona vera e sincera. Quello che mostrava era quello che era. Quello che doveva dire lo diceva in faccia, non alle spalle. Un carattere forte, energico, burbero, anche duro, oserei dire perfino a volte arrogante. Ma dietro quel carattere c’era una persona simpatica, affabile, generosa e disponibile”.
Poi i riferimenti al prezioso quanto instancabile impegno da lui manifestato in parrocchia nell’ambito liturgico. “Quante volte l’abbiamo visto all’organo ad animare le celebrazioni: le messe della vigilia della domenica e delle festività, le messe al Sacro Cuore e a San Zeno, i battesimi, i vespri, i funerali, il rosario del mese di maggio, la novena di Natale e altre celebrazioni. Si è preso cura anche della Schola cantorum, che dirigeva e che coinvolgeva nelle celebrazioni più solenni dell’anno liturgico. Anche dopo la riorganizzazione della vita della comunità cristiana la presenza di Massimo non è mai venuta meno. La sua passione per la musica è andata oltre la liturgia. Massimo ci ha messo cuore, entusiasmo, competenza. Credeva profondamente in quello che faceva. Per questo era una persona affidabile”.
Quindi il riferimento alla sua malattia e alla sofferenza degli ultimi mesi di vita. “È passato attraverso la valle oscura di cui ci ha parlato il salmo responsoriale - ha detto don Pietro - Ora contempla i pascoli verdi e rigogliosi in compagnia del Cristo buon pastore che lo conduce alla pienezza della vita e della gioia. Massimo ora è nella pace, la pace di Dio, che è riposo nella gioia del Risorto. Massimo ha raggiunto la meta a cui siamo tutti chiamati. Noi siamo ancora in cammino. È necessario, anzi indispensabile non distogliere gli occhi e il cuore da questa meta per evitare di smarrire la strada”.
E le ultime riflessioni: “Il Vangelo ci aiuta a capire cosa fare per rimanere sulla strada che ci porta alla meta: ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica. Ci viene richiesto uno stile di coerenza, di rettitudine di comportamento, superando l’incoerenza e l’ipocrisia che spesso oscurano la nostra testimonianza di fede. Ricordo una frase che Massimo era solito ripetere durante le prove di canto. Ogni cantore aveva il suo fascicolo con le partiture. Terminata la prova di un canto diceva: “Gira la ruota, gira la ruota, gira la ruota”, come a dire “Girate pagina e ripassiamo il canto successivo”. Sì, nella nostra vita abbiamo bisogno tutti di “girare la ruota”, di voltare pagina, di andare avanti, di camminare, di progredire nella nostra vita cristiana. Nel nostro cammino, lasciamoci condurre dalla voce di Cristo. È la garanzia per arrivare con certezza alla meta alla quale siamo tutti chiamati”.
Al termine delle esequie, dopo la benedizione e l’incensazione della salma, è stata recitata la preghiera dell’alpino ed è stata data lettura del testo che Gilardoni stesso aveva predisposto come indirizzo di saluto alla comunità. “Ho iniziato a scriverlo a marzo, due mesi dopo la diagnosi della malattia - premetteva Massimo - Mi sono impegnato a vivere in modo sereno e in questi mesi ho avuto tanta attenzione e non mi sono mai sentito solo. Molti mi hanno dimostrato una fraternità che mi ha davvero commosso”.
“Dopo che la mia malattia era divenuta di dominio pubblico - aggiungeva - ho ricevuto numerosi attestati di solidarietà, in particolare da chi non frequenta le cerimonie liturgiche. Io posso dire di aver vissuto l’impegno che mi ero assunto 35 anni fa con senso del dovere. So di non essere stato simpatico a tutti, ma spero che tanti mi abbiano apprezzato per com’ero”.
Poi una confidenza (“Negli ultimi tempi non avere più la voce è stata per me una grande sofferenza emotiva”) e un invito: “Ora se avrete tempo e voglia vi chiedo di recitare due preghiere, una per la mia anima e una per i miei familiari che staranno soffrendo per la mia dipartita”.
Un lungo, commosso applauso, prima che dentro la parrocchiale la mandellese Linda Spandri intonasse il canto Amici miei. L’ultimo saluto sul sagrato del “Sacro Cuore” e il trasferimento a Olcio per l’ultimo viaggio terreno dalla chiesa di Sant’Eufemia al cimitero della frazione mandellese, dove Massimo Gilardoni riposerà per sempre.

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