10 settembre 2026

“Incroci di piccola e grande storia” e il progetto di convertire in giardinetto pubblico la piazza di Gera

Altre due puntate della ricerca storica condotta da Luciano Rossi con Luigi Rompani sul tema “Incroci di piccola e grande storia - Patrioti, colera, analfabeti, battelli a vapore, fanciulle al lavoro e l’ombra del peccato tra Ottocento e inizio ‘900 in quel di Mandello e in Italia”.

Eravamo partiti con la nostra ricerca dal professor Provasi, che sul giornale del 1902 della Pro Mandello presentava il nostro paese. Eccoci ora alla Gera, che non viene nominata ma implicitamente descritta dal “delta” formato dai numerosi rivoli in cui il fiume si divideva in prossimità della foce. Era la Gera dei secoli passati, quella della splendida “corografia” a colori del 1857, messa in copertina in un nostro libro precedente, che appunto raccontava “La storia della Gera e dei nostri giardini”.

Una distesa di sassi e ghiaia (da cui il nome), sabbia, cespugli, alberi, da sempre di proprietà comunale benché contesa da privati, e soggetta a continue esondazioni per l’assenza di un vero argine, più volte progettato e mai iniziato, causa la perpetua penuria finanziaria del Comune. Oggi l’argine c’è, il Meria non esonda più e sfocia di solito tranquillo con un appena accennato estuario.

Poco più in là, Mandello è uno spettacolo. Nella stagione estiva «s’affaccia come sbocciante da una rosea ghirlanda di oleandri, che infiorano copiosamente i giardinetti sporgenti sul lago». Inoltre è «grande e pulito […] con buone botteghe e farmacia» e in più «l’antico villaggio, intersecato da vicoletti ed angiporti, da un secolo a questa parte è stato quasi completamente rinnovato». Veramente, a giudicare da quello che vediamo nelle foto d’epoca, quest’ultima affermazione non ci sembrerebbe tanto vera ma tutto è relativo, e poi Provasi, che ha un forte intento promozionale, vuol dare di Mandello, pur senza barare, l’immagine più accattivante possibile. Il paese è non solo bello ma anche vivo, attivo e tutt’altro che fermo su sé stesso.

Una rapida nota amministrativa per capire meglio. Dalla riforma a fini fiscali di Maria Teresa d’Austria, a metà ʼ700, il territorio del Mandellasco, prima unito in una sola vasta comunità, era stato diviso in sei comuni autonomi: abbiamo così Mandello del Lario, comprendente anche i Molini, Maggiana e Moregge; Rongio, con le frazioni di Molina, Palanzo, Motteno, Tonzanico, Luzzeno; Somana, senza un proprio nucleo, ma composto da Bornico, Sonvico e Zeno; Olcio per conto suo; Linzanico, con Crebbio, Lombrino, Novegolo e Zana; e infine Abbadia Sopr’Adda, con Borbino. Per vederli invece di nuovo accorpati, a parte una breve parentesi napoleonica, dovremo aspettare fino a un decreto fascista del 1927, ma questa volta sotto i due comuni di Mandello e Abbadia, appunto come oggi.

Ma siamo nel 1902 e di tutto questo territorio, “che ha caratteri di unità ben definiti”, il borgo più importante, a giudizio di Provasi, è Tonzanico. Guardate quante cose gli vanta: “È in posizione centrale, sullo stradone militare, con posta, telegrafo, cassa di risparmio, farmacia, buone botteghe, consolato del Touring club. Ha in comune con Mandello la stazione ferroviaria”, mentre Motteno, lì vicino, è “sede delle guide patentate del Club Alpino”. La farmacia, fra l’altro, era di proprietà del padre, il dottor Antonio, che ovviamente i medicinali li “faceva”, non si limitava a venderli. Aveva sede sullo stradone, oggi via Parodi, nel caseggiato che ospita l’attuale libreria e l’ufficio Aci. Sopra, sul muro della casa, qualcuno ricorda ancora la scritta “Farmacia chimica”, che sopravvisse a lungo anche dopo il trasloco, nel 1910, nei locali d’angolo di fianco al municipio, da allora sempre occupati da farmacie. Quanto al Club alpino, era nato quasi mezzo secolo prima, mentre il Touring club era un’invenzione recentissima, del 1894, e già ne avevamo una rappresentanza in pieno centro.

Anche delle altre località, però, parla il nostro autore, spesso con accenti ispirati. Olcio è un «grazioso villaggio posto in fondo a un golfo romito e poetico», che lui suggerisce «agli amatori della quiete e della solitudine»; i poggi di Somana, «in bella posizione», e Rongio, «in luogo un po’ nascosto», sono un buon punto di partenza per la regione alpestre, in cui «da un clima dolce e ed atto alle piante meridionali saliamo a nevi quasi eterne, a cime in parte inaccessibili»; la spiaggia «dalla frazione Molini fino alla punta di Maggio», nel comune di Olcio, «molto frequentata dai bagnanti» (sono i nostri Crotti e oltre, in seguito purtroppo quasi completamente privatizzati), «scoscende in grotte e macigni mascherati da macchie e cespugli» e presenta «luoghi assai romantici».

Ma è tutto il Mandellasco ad avere «tante bellezze naturali da non temere il confronto con qualunque altro punto del lago: almeno per chi non chiede alla campagna lusso e pompa di ville sontuose, ma soprattutto le schiette grazie di natura». Mandello è considerato ancora “campagna”, cioè spazio verde contrapposto a “città”, ma è insieme «lago, torrenti, pianura, collina, montagna», ed è già paese di villeggiatura, specie di milanesi, cosa che forse non ci aspettavamo. Certo avrà riguardato una piccola minoranza borghese che se lo poteva permettere, ma in questo ambito Provasi vedeva il futuro. «Non vi mancano buone trattorie: però non si tratta finora che di impianti un po’ ristretti. In posizione così pittoresca e così favorita dalle rapide comunicazioni e dalla opportunità del sito, un accorto speculatore potrebbe impiantare un vasto albergo, con tutte le probabilità di un buon successo».

Userà quasi le stesse parole in una pagina successiva, a proposito del «magnifico altipiano dei monti di Mandello, che si direbbe predestinato per una stazione alpina di primo ordine». Si tratta dei Piani Resinelli: «a più di mille metri, vicinissimo a Milano, ricchissimo di pascoli, di boschi, di bellezze naturali […] è da stupire che qualche intraprendente albergatore non l’abbia ancora adocchiato». A dire il vero in seguito ci pensarono, anche con qualche intraprendenza di troppo, ma il progetto urtò contro gli inverni sempre più poveri di neve del cambiamento climatico.

Ridiscendiamo a livello del lago dove troviamo delle osservazioni che un po’ dicono la verità e un po’ ci fanno sorridere: «Siamo a un’ora e mezzo di ferrovia da Milano, coi treni diretti: poco più di due ore cogli omnibus, con tre corse ascendenti e tre discendenti. È stazione importante dei piroscafi: è ricca di barche da trasporto e da passeggio». E ancora: «Lo stradone militare dello Stelvio e dello Spluga, ottimo e ben tenuto così da essere uno dei più frequentati dai ciclisti, è già per sé stesso un’opera d’arte».

Fermiamoci un momento. A Mandello si veniva dunque con i cavalli, in bicicletta, con il treno o via lago. Era davvero un paese fortunato! Eppure nessuno seppe anticipare che un mezzo ancora più comodo e versatile era già lì pronto per emergere: le auto e le moto del petrolio e del motore a scoppio (la Fiat ad esempio era nata nel 1899), un mezzo che avrebbe preso il sopravvento e cambiato il mondo, nel bene e nel meno bene, e qui da noi in modo tutto particolare. Insieme c’erano l’elettricità e la chimica, e quella che è stata detta la “seconda rivoluzione industriale”.

Il paragrafo che abbiamo dedicato all’articolo del professor Provasi, sempre sul giornale della Pro Mandello del 1902, si concludeva così. Dove Provasi ha un colpo d’ala è subito dopo, con la famosa promessa che ci riguarda da vicino e che tante volte abbiamo citato: «Ad aggiungere nuove attrattive al paese sta pensando la Pro Mandello. Fra gli altri s’agita il progetto di convertire in giardinetto pubblico la piazza di Gera che, ricca d’alberi ed erbosa, serve già di ritrovo e di passeggio». È la prima citazione dei nostri giardini a lago, che diverranno nel tempo una delle perle e dei simboli più cari del territorio. Naturalmente è la parola “pubblico” da segnare in rosso. Giardini privati ce n’erano tanti, come nell’articolo era già stato notato, ma ora si tratta di un nuovo bisogno di una comunità in movimento, colto con lungimirante prontezza. I giardinetti, in breve realizzati nello spiazzo appena fuori del borgo, avranno una storia lunghissima, ingrandendosi progressivamente in direzione del Meria, fino a raggiungerlo, ormai assuefatto a stare negli argini, quasi un secolo dopo, alla fine del Novecento.

Dicevamo che Mandello cresceva e Provasi, amante del progresso, ci crede con forza: «Un altro pregio del Mandellasco è l’industria fiorente». Che vuol dire: qui sarà anche campagna, ma via, anche noi siamo moderni, non penserete che siamo rimasti solo ai vecchi duri lavori dei campi, dei boschi, del bestiame. In realtà questi avevano ancora una grande rilevanza nella vita e nell’economia locale e nazionale, ma lui non ne parla, come del resto non parla dei problemi umani e sociali (uno per tutti: il lavoro minorile) che l’industrializzazione portava con sé. Nessuna cultura vede sempre, o vuole vedere, tutto quello che ha davanti. Sono temi dai risvolti problematici e vi torneremo.

Comunque sono proprio la produzione industriale in sé e le sue innovazioni tecnico-scientifiche che affascinano Provasi, con l’acqua del Meria e di «minori sorgenti» che muove «undici filatoi, due cartiere, una fabbrica di stagnola che per certe specialità è forse l’unica in Italia», e ancora due filande, una fabbrica di fusi, il «grandioso stabilimento» che lavora il crine vegetale, diverse concerie di pellame, due officine elettriche. E rivolgendosi al futuro, una previsione che Mandello non si lascerà scappare: «Col trasporto dell’energia elettrica si potranno attivare anche altre industrie, per le quali è una condizione favorevolissima la facilità e comodità dei trasporti».

Nella sua visione fiduciosa di un avvenire in cui turismo e industria stanno armoniosamente insieme, ipotizza addirittura una ripresa, «con meccanismi più perfezionati e mezzi meno limitati di quelli di una volta», dell’attività mineraria e marmifera: «granito persichino» (in realtà un tipo di calcare), marmo nero di Olcio, ferro nella grotta della Ferrera vicino all’Acqua bianca, piombo nella zona di Pramagno, San Giorgio e «Baragia» (noi la scriviamo con due “g”: Baraggia). E da ultimo quella che lui chiama «l’industria dei villini»: ce ne sono già alcuni «assai graziosi, e fanno immaginare quanta vaghezza acquisterebbe il territorio, quando vi fossero numerosi, sia nell’ampia pianura alluvionale che sul pendio, sui poggi, sui balzi rocciosi». Anche sviluppo edilizio, dunque, beninteso con finezza e buon gusto.

Siamo alle conclusioni e Provasi riassume: «Salubrità e dolcezza di clima per i deboli e gli ammalati, rare bellezze di natura per gli artisti e gli amatori del bello, industrie nascenti ed industrie in fiore per gli operosi e gli intraprendenti, forti cimenti e rudi ebbrezze rigeneratrici per i devoti alla montagna», tutto concorre ad attrarre anche nuovi residenti nel nostro paese. La Pro Mandello «seconda questo movimento, mirando a fare di questa plaga un luogo di villeggiatura sempre più ameno e gradevole, e insieme ad accrescere il benessere e la coltura degli abitanti; e confida di trovare in tutti, compaesani e villeggianti, vicini e lontani, buona accoglienza e cooperazione».

Luciano Rossi (Mandello Lario)

Nessun commento:

Posta un commento