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| Un'immagine del 1910 della strada militare all'ingresso della galleria di Olcio. |
Un’altra puntata della ricerca svolta dal mandellese Luciano Rossi con Luigi Rompani riguardante “Incroci di piccola e grande storia”.
Passiamo al capitolo riguardante alcuni aspetti della popolazione e della viabilità. Le strade erano poche e per lo più simili a sentieri o a vere e proprie mulattiere, spesso realizzate con un lungo, faticoso, impegnativo lavoro di maestria. Avete mai percorso, per citarne un paio, la via del Sasso che sale da Palanzo a Somana o la “Caràa” da Olcio al Saiolo? C’è da restare ammirati di quei sassi e lastre di pietra (c’è dentro il “marmo nero” proprio di Olcio) scelti, sagomati, allineati e fissati con cura, anche se lasciano perplessi le coperture di cemento che in anni più recenti per comodità gli sono state buttate sopra qua e là. Ma dalla “Caràa” portavano giù il fieno e i tronchi con la loro tipica slitta trattenuta da corde, il traén, e chi volete ne abbia bisogno, oggi!
Viene comunque da pensare che c’era un senso della disponibilità del tempo nel fare le cose e anche nell’andare a piedi quasi dappertutto. Ed era diverso anche il senso della fatica e dello sforzo: facevano parte della vita, forse come una condanna per la nostra natura di peccatori, o più semplicemente come un senso del limite reale che si era indotti ad accettare con umiltà. Però quando si mettevano ci sapevano fare e anche in fretta. La strada Lecco-Colico la scavarono quasi a mano nella roccia e ci impiegarono otto anni: dal 1824 a1 1832 (per la nostra superstrada ce ne sono voluti 25!).
Era bella, quella strada, e per fortuna è bella ancora. Che fosse nata in prima battuta per una funzione “militare” dispiace un po’. Vorremmo soltanto strade di pace, come poi del resto lo sarà ampiamente. Era l’unica via di lunga percorrenza adatta a tutti: per chi andava a piedi o con la soma montata sull’asinello, per i cavalli, i carri e le carrozze e in seguito per le prime biciclette, poi per le prime moto e auto. Gianpaolo Brembilla e Marco Denti ne hanno svolto un accuratissimo studio con tutti i possibili dettagli e le foto che ce li mostrano.
Che passasse da Tonzanico lo sappiamo. Quando costruirono la ferrovia, ci aggiunsero il sottopassaggio (era il 1891) per continuare ad arrivarci comodamente per chi veniva da Lecco. Dopo la piazza, proseguiva diritta in direzione Colico per l’attuale via Risorgimento, fino a piegare un po’ a sinistra per ripassare la ferrovia con un passaggio a livello. Costeggiava tutto il lago e permetteva di raggiungere lo Spluga e lo Stelvio, quindi l’Europa centrale. Anche Milano, dalla parte opposta, era diventata più vicina. Era una strada fatta come si deve, larga 5 metri e poco meno in galleria. La pavimentazione era in ghiaia compattata, forse con tratti in selciato all’interno dei paesi, con una attenta manutenzione per mantenerla il più liscia possibile, anche se fu Donegani stesso, il progettista di vaglia e direttore dei lavori, ad annotare che l’opera “per la più parte ha il fondo in marmo, lo ché, se nuoce all’unghia de’ quadrupedanti, fa meraviglia pel pedone”.
Le strade comunali erano ovviamente più modeste: per lo più sterrate, in qualche breve tratto di particolare significato lastricate o acciottolate, e con nomi per lo più intuitivi che ne indicavano la funzione o il collegamento o qualche personaggio di riguardo: via per Tonzanico (via Manzoni), via per Maggiana, via dei Portici, via dei Molini di sopra (via Marconi), via dei Molini di sotto (via Volta). Quella che oggi chiamiamo via Bertola era la strada comunale sopra gli orti e capiamo bene che al di sotto c’erano gli orti che chiudevano il paese e al di sopra cominciava la campagna. Piazza Roma era nell’Ottocento piazza Lafrancone, da un notaio di Rongio, evidentemente importante, che vi si era trasferito. La nostra piazza XXV Aprile, così chiamata dopo la Resistenza, era prima dedicata a Umberto I, ma tutti la chiamavano Piazzetta e nel catasto lombardo-veneto del 1859 è detta piazza al Lago, perché in effetti era l’unica, non essendoci ancora quella all’imbarcadero.
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| Un tratto della "Caràa"" oggi con un segno della devozione popolare. |
Erano però anche loro un bene prezioso, da non usurare troppo con carichi eccessivi. Per questo c’erano norme precise - pensate un po’ - sui cerchioni in ferro dei carri. Le aveva emesse la Deputazione provinciale di Como per le strade provinciali, poi i Comuni le riprendevano o modificavano per quelle comunali. Leggiamo dal Regolamento di Rongio del 1905: «Articolo 2. I veicoli da trasporto a due ruote, che non servano esclusivamente alle persone, dovranno avere i cerchioni di ciascuna ruota della seguente larghezza: a) Pei veicoli il cui peso massimo lordo non supera i 20 quintali, il cerchione dovrà essere largo non meno di 6 centimetri; b) Pei veicoli il cui peso massimo lordo è superiore ai 20, ma non ai 30 quintali, il cerchione dovrà essere largo non meno di 8 centimetri»… e così via specificando: fino a 50 quintali, almeno 10 centimetri; oltre i 50 quintali, 12 centimetri.
Poi i carri a quattro ruote nell’articolo 3 e qui, distribuendosi il peso, il cerchione poteva essere un po’ più stretto, fino a un massimo di 8 centimetri. Quanto alle modalità di misurazione, «sarà tollerato il naturale arrotondamento del cerchione prodotto dall’uso». Inoltre era d’obbligo esporre il nome del proprietario e il peso lordo del carro, e per tutto erano previsti gli incaricati di accertare le contravvenzioni: Agenti giurati della Provincia o del Comune, Carabinieri reali, Guardie di pubblica sicurezza.
Contravventori ce n’erano, se un manifesto dello stesso comune di Rongio di quattro anni dopo, 1909, nota che dei «conducenti di carri poco scrupolosi […] non si peritano di dare indicazioni non veritiere sulla provenienza e sul nome dei rispettivi padroni», e perciò ricordava a questi ultimi l’obbligo di applicare «sulla parte anteriore esterna del fianco sinistro dei carri di loro proprietà, una targa a fondo bianco, indicante, a caratteri neri bene apparenti, e dell’altezza non minore di centimetri cinque, il nome e cognome del proprietario e del Comune in cui il medesimo ha il suo domicilio». È una targa fatta in casa, ma chi contravviene «è passibile dell’ammenda di lire 2 estensibile, secondo le circostanze, a L. 100». Quanto ai cerchioni, un’altra prescrizione dall’articolo 32 del Regolamento di polizia stradale del 1905 proibisce ragionevolmente di fissarli «ai quarti delle ruote con chiodi a testa sporgente».
Luciano Rossi
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