Padre Angelo Cupini: “Ho scelto questo frutto colto da un albero alla “Casa sul pozzo” perché mi sembra che possiamo leggervi la sua vita”
| Padre Elia Panizza (1947-2026). |
(C.Bott.) Un melograno, oltre alla corona del rosario, dentro la bara in cui è stato composto il corpo di padre Elia Panizza. A lasciarglielo è stato padre Angelo Cupini, come lui clarettiano.
“Mi sono rifatto a un gesto che ho imparato dalla gente della comunità - ha detto il sacerdote ieri nella chiesa di Sant’Eufemia a Olcio all’omelìa pronunciata al rito funebre del missionario mandellese morto venerdì scorso - Ho scelto questo frutto colto da un albero alla “Casa sul pozzo” perché mi sembra che possiamo leggervi la vita di Elia. Un frutto che raccoglie tanti piccoli grani, li custodisce e li offre per la bellezza e per il piacere. Elia ci ha accolti sempre nella sua vita, ha lacerato la sua buccia perché potessimo stare un po’ bene, tutti”.
Padre Angelo aveva poi sottolineato di avere avuto la fortuna di accompagnare alcune volte l’amico padre Elia nelle savane e nelle foreste del Gabon. “Andava a portare il pane consacrato a persone malate o non più autosufficienti e mi colpiva la familiarità che aveva con il pane consacrato e l’attenzione alla persona. Si interessava della salute, dei farmaci, chiedeva e stabiliva una possibilità di contatti”.
Quindi il ricordo degli anni in cui il missionario originario di Olcio fu vicario episcopale della diocesi di Franceville, contribuendo alla crescita della Chiesa del Gabon, “una chiesa amata con dedizione e intelligenza”.
“Ha accompagnato molti ragazzi di strada - ha aggiunto - ha sognato e in qualche modo ci ha coinvolti nell’attenzione ai piccoli mestieri. Prendersi cura dei giovani era una sua ansia. Poi c’è stato il ritorno in Italia e l’esperienza traumatica del Parkinson. Una sera mi disse: cosa vuole il buon Dio da me? Entravamo in un tunnel buio. È stato naturale dirgli: lo percorreremo insieme e insieme alla sua famiglia, che ha condiviso questo suo cammino. E’ venuto ad abitare alla “Casa sul pozzo”, dividendo i giorni con le persone che la frequentano”.
Poi l’impegno in Africa (“Ha dedicato gran parte della sua vita a una lunga attività umanitaria e formativa in Gabon. La sua energia leggendaria, la sua capacità di incontrare le domande della gente, leggendo i loro bisogni”) e gli ultimi anni: “Rientrato in Italia, operava presso la Procura missionaria dei Clarettiani a Segrate, dove collaborava anche con la parrocchia di Sant’Ambrogio ad fontes”.
Infine alcune riflessioni a chiudere la toccante omelìa, la prima riferita alla vocazione missionaria che “identifica la scelta di vita di padre Elia, il quale ha letteralmente “spezzato” e donato la propria esistenza, le proprie energie e i propri anni”. Un’altra sulla prefigurazione dell’Eucarestia: “Nella tradizione cristiana e nella lettura liturgica il pane di Elia è considerato un’anticipazione dell’Eucarestia, il cibo spirituale che Dio offre all’uomo debole e pellegrino per sostenerlo nelle prove della vita e guidarlo verso la salvezza”.
E due ultimi pensieri: “Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima” e “Chiediti cosa ti rende vivo e seguilo. Perché ciò di cui il mondo ha bisogno sono persone che hanno scelto di vivere”.
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