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| Una foto dell'attuale belvedere, poco distante dal pontile dell'imbarcadero di Mandello. |
Un altro capitolo, a firma di Luciano Rossi, della ricerca “Incroci di piccola e grande storia - Patrioti, colera, analfabeti, battelli a vapore, fanciulle al lavoro e l’ombra del peccato tra Ottocento e inizio ‘900 in quel di Mandello e in Italia”.
Abbiamo intitolato questo capitolo “Il pontile della discordia” per le liti del Comune di Mandello con la società di navigazione e poi con Rongio.
Mezzo secolo, dunque, di attesa, ben lontani da quell’affanno di iper-tecnicismo che ci incalza oggi e siamo al 15 dicembre 1873. Il Regno d’Italia ha 12 anni e il sindaco di Mandello, Giacomo Micheli, insieme a tre assessori, di cui uno anziano e uno supplente, si ritrova nell’ufficio comunale con un rappresentante della Direzione lariana, la società di navigazione, e insieme firmano una convenzione: «Il Comune di Mandello Lario si obbliga alla costruzione di un ponte per lo sbarco dei piroscafi di fianco alla casa Rappi, limitatamente però a quanto riguarda le opere da muratore. E ciò per essersi espressamente convenuto che tutte le opere in legno devono restare a carico della Società lariana».
Casa Rappi era quella che chiudeva il porticciolo, non ancora diventato piazza, sulla sinistra per chi guarda il lago, e il pontile sarà poco più in là. Per intenderci, la parte in muratura corrisponde all’attuale belvedere con le panchine curve e da lì si possono ancora intravedere sott’acqua, quando non è troppo mossa, i resti della massicciata in pietra e dei pali di legno.
Proseguiamo con gli articoli dell’accordo. La manutenzione era interamente a carico del Comune, sia per la parte in muratura sia per quella in legno, «salvo i guasti che avvenissero per colpa ed incuria del comandante i piroscafi». L’uso del ponte era riservato alla Lariana, che dal canto suo si obbligava ad «approdare con tutti i piroscafi viaggianti sul lago di Lecco nelle ore diurne, e col mezzo delle barche in quelle di notte ove ne vengano eseguite».
La Lariana si impegnava inoltre a versare al Comune un canone annuo di 200 lire a partire dall’inizio del servizio, previsto non più tardi dell’aprile 1874, mentre la convenzione era «obbligatoria e duratura» a tutto l’anno 1882.
La concessione demaniale porterà poi la data dell’agosto 1875 e il «certificato di collaudazione» del Corpo reale del Genio civile il maggio 1876, e comunque dichiara che «i lavori furono eseguiti lodevolmente in piena conformità delle prescrizioni della concessione, non che delle istruzioni compartite dal personale di quest’ufficio all’atto pratico».
Il Comune è dunque entrato nel giro, ottenendo in concessione demaniale «l’occupazione di una zona di littorale», ma i guai cominceranno molto presto. Intanto fa anche costruire dalla ditta Ferrario di Tonzanico un grosso cancello in ferro, di cui è rimasto un disegno, per aprire e chiudere l’accesso al pontile.
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| I resti della vecchia massicciata in pietra e dei pali di legno. |
A proposito di questa officina, fondata nel 1850 da Carlo Ferrario (sembra che la povera Giuditta del terremoto di Messina fosse sua figlia), era in realtà specializzata in fusi da filatoio, ma sapevano fare di tutto, persino riparare gli orologi dei campanili come quello di Maggiana, a riprova di quella ingegnosità meccanica connaturata col nostro territorio. Nell’occasione, il cancello «dovrà essere sostenuto da due carrucole per l’eccessiva larghezza» e risulterà pesante 230 chili. Al costo di 80 centesimi al chilo in opera, fanno 184 lire. La Giunta chiederà uno sconto e la ditta, col figlio Andrea, scende a 150, peraltro liquidate, per una dimenticanza da ambo le parti, soltanto qualche anno dopo.
L’inizio dei guai è l’ottobre 1881. Sono passati appena 5 anni dalla “collaudazione” tutta positiva del Genio, e la Società riunite per la navigazione a vapore, che in questo periodo ha incluso la Lariana, scrive al sindaco, in netto contrasto col precedente certificato: «Non ignorava la scrivente lo stato deplorevole della parte in muratura del pontile comunale, ma non credeva che fosse tale da rendere pericoloso l’uso pel pubblico». Questo voleva dire fermare il piroscafo più al largo ed eseguire imbarchi e sbarchi mediante barche.
A Mandello c’è un nuovo sindaco, Annibale Morganti, che non pare negare il merito della contestazione, dicendosi disposto a eseguire gli opportuni interventi, ma chiedendo nel contempo un contributo spese alla società, dati gli utili che ne ricava. Questa però ha buon gioco a esimersi in base all’accordo del 1873, affermando perentoriamente che «ogni spesa a cui si sobbarcasse la società sarebbe indebita e onerosa, per cui non la può né deve fare».
La situazione si inizia a capire che andrà per le lunghe. Il sindaco insiste e le cose si incattiviscono. Nella probabile minuta di una sua lettera alla Società, che non sappiamo se fu mai ricopiata e spedita, si mostra sdegnato proprio di un approdo effettuato con barche anziché al pontile: «qual onta al Comune non è mai il veder civili signore indietreggiare a malincuore e servirsi di vetture pel timore a portarsi nella barca per l’imbarco e lo sbarco». E ribadisce, a sostegno delle sue richieste: «Come si ebbe già altre volte a partecipare, questo Comune è uno dei migliori del Lago di Como e può essere benissimo pareggiato a quello di Bellagio per i molti passeggeri e la ben rilevante quantità di mercanzia».
Un anno e mezzo dopo, maggio 1883, delibera comunque di «transigere in merito alla spesa di manutenzione, ma richiedere assolutamente che tutti i battelli a vapore abbiano ad approdare in tutte le corse al pontile, salvo nelle ore notturne e nei casi di forza maggiore», e di darne «avviso anche al portolano», che «non abbia per l’avvenire ad andar colla barca ad effettuare qualsiasi imbarco o sbarco».
È questo che al sindaco dà più fastidio. Ma anche Società riunite sembra avere i suoi puntigli e risponde piccata di non poter accettare le condizioni che «si vorrebbero imporre alla scrivente» e che i piroscafi approderanno al pontile «ogniqualvolta il numero dei viaggiatori e il peso delle merci e dei bagagli rendano disagevole il servizio colla barca» e sempreché non vi si oppongano esigenze di orario o altre «circostanze compromettenti» la sicurezza dei piroscafi.
Siamo al clou. Morganti si inalbera e il 9 giugno chiude il cancello impedendo a chiunque l’accesso al pontile, protestando poi di essere stato insultato da alcuni capitani e che un piroscafo aveva ugualmente attraccato a pontile chiuso e che, se la cosa si ripeteva, avrebbe steso «querela per violazione di proprietà». Società riunite si duole che il sindaco «abbia preso una misura che non può a meno di riuscire spiacevole anche ai viaggiatori». E in effetti veniamo a sapere dalla sottoprefettura di Lecco che «molti comunisti di Mandello», ovvero abitanti del comune, le hanno indirizzato un ricorso per chiedere un intervento pro riapertura del pontile.
Poi la sottoprefettura comunica tutto al prefetto di Como, compreso un recente accaduto «pel quale corsero pericolo di sommergersi sotto il piroscafo i passeggieri che al medesimo accedevano con barca». Il prefetto, alla fine della catena, sembra una persona di buon senso e non priva di umorismo. Afferma che «non è per via di ripicchi o di ricorsi che si può indurre l’amministrazione delle Società riunite a piegarsi ai desideri del Comune, ma solo per contratto essendo essa completamente autonoma e scevra da qualsiasi ingerenza governativa», e aggiunge di trovare «singolare che si reclami contro l’amministrazione di navigazione» perché il servizio a Mandello si fa con barche, «mentre è l’Amministrazione di Mandello che impedisce si faccia col pontile».
Il pontile viene riaperto, ma la storia non è finita…
Luciano Rossi
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