“Promuovere l’instagrammabilità di un lago non è strategia turistica. È la resa pubblica firmata e pubblicata. È ammettere che non si ha nulla da raccontare fuori dalla cornice già consumata”
Dal mandellese Fabrizio Marra riceviamo e pubblichiamo:
C’è una foto che gira da settimane. Promontorio di Bellagio, luce delle 11, montagne innevate sullo sfondo. Novantanove cuori. Il lago non lo sa, ma è stato declassato. Non è più un luogo, è un’inquadratura. E qualcuno, con un ufficio, un budget e un titolo professionale, ha pensato che fosse una buona idea.
Facciamo un passo indietro, uno solo, il minimo necessario per non perdere il senso delle proporzioni. Il Lago di Como è un bacino glaciale profondo 410 metri, il più profondo d’Italia. Ospita l’agone, pesce endemico che non esiste letteralmente da nessun’altra parte al mondo. I suoi fondali hanno una stratificazione ecologica costruita in diecimila anni. Le sue sponde hanno tenuto Plinio il giovane, Manzoni, Liszt, Churchill, Stendhal, non perché ci venissero per fotografarsi ma perché era uno dei pochi posti dove il pensiero cambiava consistenza.
La fauna ittica è in declino documentato. Le zone di riproduzione delle specie endemiche vengono disturbate sistematicamente dalla pressione antropica sui fondali, dall’inquinamento acustico delle flotte di motoscafi privati, dal calpestìo di rive che non sono mai state progettate per assorbire migliaia di persone al giorno in cerca dello stesso angolo già visto su TikTok. Nessuno di questi dati appare nelle guide dei “cinque punti più instagrammabili”. Non genera engagement.
Il turismo dell’instagrammabilità non porta visitatori, porta audience. Ed è una distinzione che chi gestisce questo territorio ha smesso - consapevolmente - di voler fare. Il visitatore ha un’economia: dorme, mangia, compra artigianato locale, torna, racconta, appartiene. Ha una relazione con il luogo. L’audience ha un obiettivo singolo e non negoziabile: lo scatto. Arriva, intralcia, non consuma nulla che abbia radici locali perché non ha tempo né interesse per il contesto. Riparte con duecento foto e lascia dietro di sé code sulla Statale 36, plastica nei vicoli e la sensazione sempre più precisa nei residenti che la propria casa sia diventata un set cinematografico dove loro recitano la parte degli “extra” non pagati.
La sponda orientale lo sa ancora, a malapena. Borghi costruiti per duecento anime, percorsi ogni week-end da migliaia di persone che cercano la stessa identica prospettiva già replicata centomila volte. Io sono di Mandello, sponda est. So cosa vuol dire vedere la propria riva diventare sfondo, non per chi ci vive, non per chi ci lavora, non per chi porta avanti una tradizione che ha cento anni ma per chi ci passa con il telefono alzato e riparte senza aver capito niente di quello che ha attraversato.
L’altra sponda è già oltre. Tremezzo, Cadenabbia: cinque stelle sopra cinque stelle, lusso sopra lusso, e sotto zero locals, zero memoria, zero radici. Non è questo il modello. Sviluppo sì, riqualificazione sì, ma al servizio di chi quel territorio lo abita, lo conosce, lo tiene vivo. Non al servizio di chi ci vuole soltanto appoggiare un brand.
Abbiamo preso un ecosistema che per profilo ecologico, unicità paesaggistica e rarità biologica meriterebbe tutele paragonabili a quelle di una riserva naturale protetta e lo abbiamo consegnato alla logica dell’algoritmo. È come dare in gestione un habitat con specie in via di estinzione ai bracconieri. Con la differenza che i bracconieri almeno sanno cosa stanno facendo e a volte si vergognano.
Chi promuove “i cinque angoli più instagrammabili” non si vergogna. Ci mette il logo. C’è qualcosa di malinconico, quasi insopportabile, nel guardare quel promontorio antico attraverso lo schermo di qualcun altro. Non perché la fotografia faccia male. Ma perché ogni post instagrammato porta una promessa implicita - questo posto merita che tu ci arrivi - che viene sistematicamente tradita nel momento stesso in cui viene formulata. Le persone non arrivano per scoprire, arrivano per confermare. Per replicare uno scatto che conoscono già, per collezionare la prova di essere stati dove erano già stati nella testa. Il lago diventa una citazione di se stesso. Un luogo che esiste per dirci che esiste, non per cambiarci qualcosa.
Il turismo vero ti lascia qualcosa addosso. Questo ti lascia 47 foto quasi identiche da selezionare in post-produzione. Chi ha in mano il territorio lo sa. O peggio: non lo sa, e questo è il problema reale non nelle piattaforme, non negli algoritmi, non nei turisti della domenica. Il problema è in chi avrebbe gli strumenti, il mandato e la responsabilità di costruire una visione di lungo periodo e sceglie invece di costruire un calendario editoriale.
Promuovere l’instagrammabilità di un lago non è strategia turistica. È la resa pubblica firmata e pubblicata. È ammettere che non si ha nulla da raccontare fuori dalla cornice già consumata, nessuna idea di cosa questo territorio potrebbe diventare per chi ha bisogno davvero di un posto dove fermarsi a pensare.
E qui sta il finale che nessuno vuole sentire. Il Lago di Como non verrà distrutto dai turisti. I turisti sono soltanto lo strumento. Verrà distrutto da chi lo promuove, da chi ogni giorno produce contenuti, guide, liste, reel, storie convinto di valorizzarlo. Con le migliori intenzioni, con il budget approvato, con le metriche in crescita.
Perché la cosa più pericolosa non è il nemico che vuole bruciare la foresta. È il custode che la sta bruciando un ramo alla volta, sorridendo, mentre aggiorna il contatore dei follower. Il lago ha resistito a diecimila anni di storia. Non so se resisterà all’algoritmo.
Fabrizio Marra (Mandello Lario)

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