Da Luciano Rossi, mandellese, riceviamo:
E’ una ricerca storica e ha un titolo provvisorio: “Incroci di piccola e grande storia”. E un sottotitolo esplicativo: “Patrioti, colera, analfabeti, battelli a vapore, fanciulle al lavoro e l’ombra del peccato tra Ottocento e inizio ‘900 in quel di Mandello e in Italia”. Il lavoro si articola in otto capitoli. Qui diamo un accenno del primo, dedicato al giornale della Pro Mandello del 1902.
Cominciamo dal piccolo, dunque. Facciamo, giusto per partire, Mandello 1902. Mandello è il nostro paese: per i nativi, come suggerisce il cognome del mio amico Luigi Rompani che questa storia l’ha meditata insieme a me, e per gli acquisiti come me. Aggiungiamolo subito: un paese caro agli dei, con i suoi borghi disseminati tra il lago “più bello del mondo” (l’ha proclamato il giornale americano The Huffington Post, che di sondaggi se ne intende) e le pendici della Grigna maestosa e possente, ma insieme, quando il sole al tramonto si congeda, dalle “dita di rosa”.
1902 poi: perché? Perché è un anno di inizio Novecento, un periodo in bilico tra grandi speranze e forti turbolenze, ormai lontano dalla proclamazione del Regno d’Italia, ma prima della grande guerra che sconvolse il mondo, prima della Guzzi che trasformerà il paese. E soprattutto è un anno che ha un valore speciale per la nostra ricerca, perché ci ha lasciato quel giornale della Pro Mandello, il 16 agosto, numero unico, centesimi 20, che in dieci pagine fitte fitte dà un sacco di informazioni su tanti aspetti del territorio di allora e delle passioni che lo abitavano. Una vera miniera, per noi.
La Pro Mandello era un’associazione di nuovo tipo (e già questo vuol dire molto), nata giusto un anno prima, nel 1901, per iniziativa del commendator Carizzoni di Somana, stimato ex magistrato e presidente di tribunale, persona sensibile ai bisogni della comunità. Altri uomini di cultura furono subito con lui, come il professor Provasi, che insegnò al locale ginnasio e in seguito nei licei di varie città del Regno, e qui autore del ricco articolo di apertura, o Mario Cermenati, il naturalista e uomo politico appassionato della Grigna, al quale Lecco dedicherà il monumento vicino al lago, o un altro professore, Carlo Mariani, che ci parlerà del buon cuore di Mandello.
Il giornale, meritoriamente ristampato nel 2024 dalla “Compagnia del pontile”, che dovrebbe averne ancora alcune copie per chi le richiederà, è ora tra le nostre mani, prezioso come allora, quando descriveva il nostro paese con uno sguardo al futuro e lo voleva bello, accogliente, industrioso, solidale.
C’è ancora quel mondo? Sì e no, come sempre del resto. Qualcosa nasce, qualcosa scompare, qualcos’altro resta, fuori o dentro di noi. Il professor Pacifico Provasi comunque abita a Tonzanico, si siede al suo scrittoio, prende penna, pennino e calamaio e comincia a scrivere: “Il ramo meridionale del Lago di Como, detto Lago di Lecco, è dai visitatori meno apprezzato degli altri due, perché le sue bellezze sono meno appariscenti, o vorrei dire meno artificiali e convenzionali. A chi lascia Lecco per risalire il lago questo si presenta dapprima nudo, selvaggio, deserto; pure non privo di un’orrida maestà che gli conferiscono le rupi strapiombanti sul tranquillo specchio delle acque. Solo da lontano appare, come una promessa, la punta verdeggiante dell’Abbadia”.
È fine, il nostro professore. Appartiene a generazioni di farmacisti, ma lui è letterato e storico della letteratura e sa come si fa una descrizione. Inoltre il percorso di avvicinamento a Mandello a quel tempo era ancora più suggestivo, sia via lago sia via terra. C’era, quasi mimetizzata dallo scavo a filo della roccia, la vecchia strada militare, costruita con grande sapienza dagli austriaci del Lombardo-Veneto una settantina di anni prima su progetto dell’ingegnere italiano Carlo Donegani, poi divenuta la nostra statale. E c’era persino, poco fuori Abbadia, dal lato opposto della Torraccia, un secondo vecchio rudere verso il lago. Si passava in mezzo e suscitava qualche nostalgia romantica. Ora abbiamo la superstrada, veloce e assolutamente necessaria certo, ma così com’è stata fatta non avremo perso qualcosa?
Dopo l’Abbadia - con l’articolo come dicevano una volta - il panorama cambia: si apre il bacino “che si stende vario, ricco, ridente, dalla punta medesima fino a quella di Grumo, per cinque chilometri”. Alle spalle ci sono “i contrafforti delle due Grigne” e in mezzo il Meria, “che s’inoltra assai nel lago col suo delta, sul cui lato di sud-ovest è pittorescamente disposto Mandello”.
Luciano Rossi (Mandello Lario)

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