Nella chiesa quattrocentesca di San Giorgio a Mandello Lario ieri sera sono risuonate le note di musiche scritte a cavallo tra il Seicento e il Settecento. Il maestro Luca d’Abate ha dato un saggio di come possa “cantare” un piccolo organo, uno strumento racchiuso in un improbabile mobiletto su ruote, assemblato con parti di organi storici dismessi, dotato di meno di 400 canne e privo di pedaliera.
L’oblìo dell’arte organaria ha purtroppo disabituato il pubblico ad ascoltare musiche vissute nella loro tridimensionalità acustica. Così spesso si dimentica che la musica per organo è un’architettura sonora a più dimensioni. A differenza del pianista, che solitamente governa due soli righi musicali, l’organista deve tessere una trama polifonica complessa: nella grande letteratura classica si intrecciano simultaneamente fino a quattro o cinque voci indipendenti tra tastiere e pedaliera.
Eppure ieri sera l’eccezione ha confermato la regola: anche in questo formato ridotto, pensato per l’esecuzione “manualiter” senza l’uso dei piedi, quel piccolo strumento ha restituito la stessa meravigliosa complessità, dimostrando che la grande musica non ha bisogno di essere seriale o digitale per riempire lo spazio, toccare l’anima e farsi storia.
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