15 settembre 2026

Mandello Lario. Negli “incroci di piccola e grande storia” l’asilo di via Monastero e quello di Rongio

Un’altra puntata di “Incroci di piccola e grande storia” a cura dei mandellesi Luciano Rossi e Luigi Rompani.

Terminiamo con l’articolo del professor Mariani il primo capitolo della nostra ricerca, dedicato al giornale della Pro Mandello del 1902. Con la prossima puntata daremo uno sguardo al secondo capitolo, che parla tra l’altro di strade, nuovi motori e anche di un terremoto lontano.

In un ambito del tutto diverso ci porta un terzo rappresentante della Pro Mandello, il professor Carlo Mariani. Qui è il mondo stesso che ci pare un altro, segnato da una grande enfasi religiosa. Il tema è la beneficenza, «la più divina delle virtù», quella «che più avvicina l’uomo a Dio. In essa avvi il più alto spirito di carità, il più profondo sentimento di umanità, il più aperto disinteresse». È un faro di salvezza che appare luminoso ai naufraghi «non solo nelle grandi città […] ma anche negli umili paeselli», tanto più «quando è ispirata a quella carità cristiana che rigenerò il mondo».

E, «per tacere di tutto quanto si compie in segreto colà dove aleggia lo spirito della carità, vuolsi in questo numero unico richiamare l’attenzione a due belle istituzioni qui sorte appunto in nome della beneficenza». Si tratta dell’asilo infantile fondato a Mandello nel 1884, seguito da quello di Rongio nel 1901.

Da cosa nasce una tale innovazione? Ricordiamo che siamo a fine Ottocento, età che gli storici definiscono a due facce, specie in Italia: da un lato grandiose speranze di benessere senza fine, dall’altro acute miserie e proteste della povera gente per il prezzo del pane. E in mezzo il generale Bava Beccaris che nel 1898 sparerà sulla folla in agitazione a Milano provocando una strage, il “re buono” Umberto I che lo premierà con un’onorificenza, e l’anarchico Gaetano Bresci che ucciderà il re per vendetta davanti alla sua villa di Monza. No, non fu proprio un periodo di pace nei cuori.

E a Mandello? A Mandello chissà. Certo noi abbiamo, qualche anno dopo, questa nostra associazione che ne porta il nome e che vuole diffonderne l’incanto. Ma Mariani sotto sotto ci dice qualcos’altro. «A Mandello si sentiva fortemente il bisogno di raccogliere al sicuro d’ogni pericolo tanti poveri bambini, di impartire loro una buona educazione, mentre i genitori attendono al lavoro nelle varie industrie per guadagnarsi il vitto necessario». E a fronte ecco l’opera dei benefattori, nominati in dettaglio con profonda ammirazione: il signor Dionigi Torre «di venerata memoria», che, in accordo con la «nobile sua consorte» Margherita Torre-Sartirana, nel 1883 lascia per testamento al comune «un capitale che impiegato in cartella del debito pubblico fruttava la rendita di £. 450»; Annibale Morganti, promotore di una sottoscrizione per raggiungere la somma necessaria; il dottor Virgilio Ghianda con la sorella Maria Ghianda-Sartirana, distinti finanziatori e all’inizio cassiere e presidentessa; Luigia Mainetti vedova Gaddi, erroneamente indicata come Gadola, «la quale sotto ruvide spoglie nascondeva un cuor generoso» e che, morendo nel 1892, legava la propria casa con giardino del valore di £ 25.000 all’asilo, «che vedeva privo di una conveniente abitazione».

Ci si trasferirono di lì a poco e ora che avevano una sede adeguata (la stessa di oggi in via Monastero) si poté pensare «alla refezione, cotanto necessaria a consimili istituzioni. E se non per tutto l’anno, non comportandolo i mezzi disponibili, per una buona parte, principalmente nei mesi freddi, si cominciò a largirla a più di settanta piccini, i quali, invece di recarsi alle loro case dopo le ore antimeridiane per uno scarso e grossolano cibo, godono in allegra compagnia di rifocillarsi con una buona minestra». Non sembra di poco conto lo stato di bisogno dei bambini e delle loro famiglie, se investiva anche la precarietà del mangiare.

L’esempio di Mandello fu seguito nel 1901 da Rongio, dove non ne era meno sentita l’esigenza e dove intervenne con uguale efficacia la beneficenza privata. Sono testimonianze importanti, che ci mostrano dal vivo la sensibilità dell’epoca. La religione e i suoi riti, il controllo sui comportamenti, la soggezione al peccato, ma anche la fede sincera, la convinzione della Provvidenza e l’offrirsi a lei come strumento, guidavano ogni aspetto della vita, col dovere morale per ciascuno di aiutare il prossimo, e per i più privilegiati di intervenire anche a un livello più alto di comunità.

E se non l’avessero fatto? E lo Stato? Poi la prospettiva è cambiata, siamo diventati più laici nelle valutazioni e nelle scelte e titolari di “diritti” anche sociali, di cui chiedere la tutela per tutti alle istituzioni pubbliche. Se ci riferiamo a un ambito politico, corre qui un discrimine netto fra una concezione liberale e una democratica. In Italia dovremo aspettare ancora molto, almeno due immani guerre e un regime ventennale.

In quegli anni comunque c’era «papà Carizzoni». Ritiratosi «nel suo paesello natio» di Somana, ma incapace, «malgrado la grave età», di «adagiarsi ad un ingrato ozio», era lui l’anima delle due iniziative e presidente degli asili, così come fu il promotore della Pro Mandello. «Oggimai qui è noto a tutti, specialmente a quei cari piccini che lo veggono così spesso fra loro col sorriso sulle labbra, colla compiacenza di chi fa loro tanto bene». Gli asili infantili saranno di fatto ignorati dalla legislazione scolastica del Regno fino al 1914, poi col fascismo entreranno nella formazione dei futuri soldati. Come filone assistenziale erano però già nati nel corso dell’Ottocento in alcuni comuni, ad esempio a Milano con «papà Sacchi». Ora, sembra suggerirci Mariani, c’è anche a Mandello. Nel confronto-contrapposizione con la metropoli, ancora una volta, ci facciamo onore.

Luciano Rossi

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