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| Un'immagine del terremoto di Messina del dicembre 1908. |
Continua la ricerca “Incroci di piccola e grande storia - Patrioti, colera, analfabeti, battelli a vapore, fanciulle al lavoro e l’ombra del peccato tra Ottocento e inizio ‘900 in quel di Mandello e in Italia” a cura dei mandellesi Luciano Rossi e Luigi Rompani.
Della fine del 1908, il 28 dicembre, è uno degli eventi più tragici di tutta la storia del Regno d’Italia, il terremoto di Messina. Ne parliamo perché vi fu coinvolto, con la famiglia, un mandellese che ormai ci siamo fatti amico: il professor Provasi del giornale del 1902, all’epoca docente nel liceo di quella città. Il terremoto, alle cinque e mezzo del mattino, fu spaventoso. Quando si arriverà alle statistiche, si conteranno 80.000 vittime o anche di più. Crollò anche il palazzo in cui, al terzo piano, dormivano i Provasi: in una camera lui e la moglie Giuditta Ferrario, in un’altra i due figli di 12 e 9 anni. Rimasero tutti vivi nella notte, avvolti dalle macerie, ma senza sapere niente per un giorno intero, tra genitori e figli, della loro sorte reciproca.
Abbiamo, grazie al corrispondente per Mandello della Cronaca di Lecco, la trascrizione delle lettere che qualche giorno dopo i due ragazzini inviarono alla nonna a Tonzanico per raccontare l’accaduto. Scrive Tiziano, il maggiore: «Quando venne il terremoto ero sveglio. Sentii tremare tutta la casa, poi vidi i muri crollare, mi sentii sprofondare insieme al letto, sentii un grandissimo rumore e chiusi gli occhi. Quando li aprii mi trovai in una buca colle gambe imprigionate nei rottami. Mi misi a gridare disperatamente ma non veniva nessuno a liberarmi». Poi finalmente qualcuno arrivò. Tiziano viene portato incolume in una casa che non era caduta dove rivede anche la sorella, lì vengono rivestiti dalle donne con abiti di fortuna troppo grandi per loro e rimangono fino al giorno seguente, «colla convinzione che il babbo e la mamma fossero morti».
Anche la sorellina Miranda, che si era svegliata «sopra le macerie» ed era scesa in strada da sola, ricorda che le «misero un paio di calzoni da uomo perché ero in camicia ed avevo freddo» e «due scarpe trovate in mezzo alla strada», e che solo la mattina dopo «venne un uomo a dirci che i nostri genitori erano salvi». La famiglia si ritrova. Il papà ha una ferita al ginocchio che gli rende difficile camminare, la mamma contusioni più gravi, un braccio rotto e l’altro che non muove le dita. Verranno portati all’ospedale di Catania, dove resteranno fino a febbraio. I bambini nel frattempo sono ospitati da un signore nativo di Varenna, tale Guido Fumagalli negoziante di gomme, che, ricorda ancora Tiziano alla nonna, «ci trattò come fossimo suoi figli», mentre «sua moglie, una buona signora, si è incaricata di farmi i vestiti».
Da noi, e a Tonzanico in particolare, come si visse tutta la vicenda? Con i sentimenti alterni e l’ansia delle lunghe attese date dagli strumenti comunicativi del tempo. Quando si seppe del terremoto, i parenti cercarono in ogni modo notizie dei loro cari. Qui non c’era ancora la linea telefonica, ma quella telegrafica sì, e le prime informazioni arrivarono con i telegrammi del ministro della Pubblica istruzione Rava e dell’amico Cermenati, poi dopo quasi una settimana dello stesso Pacifico, col tono più rassicurante possibile: «Siamo tutti salvi, io e Giuditta all’Ospedale Garibaldi con leggere contusioni, i bambini incolumi presso signor Fumagalli negoziante via Asilo Sant’Agata al quale vi prego vogliate spedire soccorsi. Siamo stati dodici ore sotto le macerie. Avvisate mamma Peppina. Affettuosi baci. Vostro figlio Cico».
Peppina è la mamma della moglie, molto probabilmente la “cara nonna” delle due letterine. Poi Pacifico prese a inviare quasi quotidianamente dall’ospedale lettere e cartoline, cercando di tranquillizzare i parenti. Ringraziava di quanto gli era stato spedito, «in questi terribili frangenti in cui la sventura ci ha spogliati di tutto», assicurava dei progressi nella salute, si rallegrava dei bambini che ogni giorno andavano a trovarli, così «belli coll’abito alla marinara», poi manifestò «viva apprensione per la salute di mio papà», che era il farmacista Antonio, con la speranza «fra venti giorni» di riabbracciarlo. Eravamo alla fine di gennaio e in realtà non si rividero più. Il corrispondente della Cronaca che dà la notizia commenta: «Povero Cico! Scrivendo questa lettera, egli ignorava ancora che suo padre, scosso dalle più vive e discordi emozioni, aveva cessato di esistere».
I Provasi tornarono e la vita riprese. Pacifico ebbe dal ministero una cattedra nel liceo di Siena. Ci andò da solo, mentre i suoi restarono a casa a Tonzanico, nella vicinanza dei parenti. Ma il terremoto, se poi fu davvero lui, aveva in serbo un ultimo colpo di coda, il più velenoso. Giuditta, la moglie, che aveva dato per qualche tempo l’impressione di essersi ripresa, cominciò a star male, ebbe lunghi mesi di sofferenza a letto, le «povere mani contorte e rattrappite», e in capo a neppure un anno, il 26 novembre 1909, morì, lasciando il marito e i due figli ragazzini. I due gruppi familiari, Provasi farmacisti e Ferrario industriali, erano molto conosciuti e stimati in paese, e lei fu «accompagnata all’ultima dimora con imponente concorso di popolo commosso».
Luciano Rossi
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