Da Mandello Lario riceviamo e pubblichiamo (lo spunto è l’eliminazione della Nazionale azzurra dai Mondiali di calcio della prossima estate):
Il Paese che ha inventato il calcio non sa più giocarci! C’è una cosa che accomuna i grandi lutti della storia italiana: Caporetto, il “Grande Torino”, la pizza con l’ananas e l’eliminazione della nostra Nazionale dai Mondiali. Tre volte tre. Come la Trinità, ma senza resurrezione.
Intendiamoci: non è una sorpresa. È una di quelle notizie che quando arriva ti fa dire “ah” con la stessa rassegnata indifferenza con cui guardi l’ennesima buca nell’asfalto sotto casa. “C’era anche ieri, ci sarà domani. Probabilmente ci seppelliranno mio nonno”.
Aprite la Serie A e guardate bene. Cercate un italiano. Prendetevi il tempo necessario, io aspetto. Li avete trovati? Bravi. Sono quelli con le meches, l’orologio che vale quanto un appartamento a Bergamo e quella particolare espressione sul viso - una via di mezzo tra chi ha vinto tutto e chi non sa bene perché si trova lì - che in psicologia clinica si chiama “sindrome del figlio di” e nel calcio moderno si chiama semplicemente prima punta.
Vestono la maglia azzurra come si indossa un costume di Carnevale: con entusiasmo il primo quarto d’ora, poi con crescente disagio, quindi con la voglia matta di tornare a casa. Ma prendersela con loro è comodo. Facile. È come incolpare il secchio.
Già, il secchio. Quello che sta nella palestra della scuola media, posizionato con chirurgica precisione sotto il punto esatto dove il tetto cede alla pioggia. Quel secchio è lì dagli anni Ottanta. È sopravvissuto a diciassette governi, a quattro riforme scolastiche e a una pandemia. È probabilmente il manufatto più longevo e affidabile dell’intera infrastruttura pubblica italiana.
In quella palestra - quando c’è una palestra - si gioca a pallamano. Disciplina nobilissima, per carità, praticata con passione in tutta Europa, ma scelta dalle scuole italiane essenzialmente per un motivo: non richiede un campo da calcio, che costerebbe, e riduce il rischio di infortuni, che creerebbero scartoffie. Due ore a settimana. Centoventi minuti. Il tempo di un film di Sorrentino, ma con meno poesia e più tuta acetata.
Il professore di educazione fisica presiede questo regno con la dignitosa malinconia di un re decaduto. Nel consiglio di classe vale quanto il due di coppe quando la briscola è a mazze (espressione dialettale che significa, per chi non la conoscesse, assolutamente niente). La sua opinione sullo studente viene ascoltata con la stessa attenzione con cui si legge il bugiardino di un antidolorifico: tutti sanno che c’è, nessuno lo guarda davvero.
Nel frattempo, fuori dalle scuole, qualcosa di silenzioso e irreversibile stava accadendo. I campi di calcio privati sparivano. Non di notte, non di soppiatto. Sparivano alla luce del sole, con le ruspe e i permessi comunali e la benedizione del mercato. Al loro posto il padel. Rettangoli di vetro e recinzione metallica spuntati ovunque come funghi dopo la pioggia, come new entry nei talent show, come candidati alle elezioni regionali.
Il padel non è uno sport. Il padel è una risposta sociologica. È ciò che succede quando un Paese smette di voler faticare davvero ma ha ancora bisogno di raccontarsi che fa attività fisica. Si gioca in due contro due, in uno spazio piccolo, con una racchetta che perdona tutto. È il karaoke dello sport: ci si diverte, ci si sente protagonisti, ma Dalla non si diventa.
I bambini, nel frattempo, crescono. Crescono davanti agli schermi - cinque ore e trentanove minuti al giorno, dato ufficiale, non un’iperbole - con la velocità dei pollici che aumenta e quella delle gambe che diminuisce. Le famiglie sono più povere, lo sport costa, lo Stato non finanzia, e l’iPad è già lì, già pagato, già acceso.
Le madri mostrano i video sui social: “Guardate, sa già usare il computer”. E hanno ragione. Sa già usare il computer. Sa già scorrere, cliccare, strisciare. Sa tutto questo a 4 anni. A 4 anni Pelé calciava lattine di straccio per strada.
L’ottico sotto casa vostra - quello che dieci anni fa era uno ogni tre quartieri e oggi è uno ogni cento metri, proliferato come le farmacie e le pompe funebri - sta facendo numeri da record. Settore in crescita esponenziale. Segno dei tempi, letteralmente: gli occhi si adattano agli schermi e perdono il resto.
E poi c'è il vivaio. Il meraviglioso, favoloso, commovente vivaio del calcio italiano. Se non avete mai assistito a una partita del settore giovanile ve la racconto: in campo ci sono i figli degli sponsor. Fuori, a guardare, ci sono i campioni di domani: figli di nessuno, nati nel posto sbagliato, senza il padre giusto o il portafoglio giusto o il procuratore giusto.
Il sistema, quando funziona davvero, ti porta fino alla serie B, a volte fino alla A. Le Iene lo hanno documentato con la pazienza certosina di chi sa che tanto non cambierà niente: le mani giuste da stringere, le buste giuste da recapitare, i provini giusti da superare, non perché sei bravo ma perché qualcuno ha già deciso che supererai. Il merito è un concetto romantico, in Italia. Come la puntualità dei treni o la linearità del condono edilizio.
Dunque eccoci qui. Terza eliminazione. Terzo lutto nazionale. Terzi a guardare i Mondiali in televisione - quella televisione che contribuisce alle cinque ore e trentanove minuti - commentando con voce rotta le prodezze altrui. Ma non precipitiamo nella disperazione. Abbiamo la nazionale di padel. Quella vincerà. Quella darà soddisfazioni. Per quella i campi ci sono, i soldi ci sono, l’entusiasmo non manca. Per quella siamo pronti. Per tutto il resto - i bambini, le palestre, i tetti che reggono la pioggia, il futuro - pazienza. In fondo, il secchio è ancora lì. Fedele come sempre.
Fabrizio Marra (Mandello Lario)

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