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| Le illustratrici Gilda Pezone, a sinistra, e Arianna Mancini. |
Adriana Lafranconi torna in libreria con una collana di storie per l’infanzia che il 5 maggio verrà presentata a Mandello Lario nell’ambito del Festival della letteratura. A illustrare le varie storie sono Gilda Pezone e Arianna Mancini, che in questa intervista raccontano la loro “avventura” legata a questo interessante progetto.
L’incontro tra un autore e un illustratore è sempre un momento delicato. Come è nata la vostra collaborazione con Adriana e cosa vi ha spinto ad accettare la sfida di questi sei volumetti?
“Più che una sfida è stata una richiesta gentile a cui era difficile dire no. Adriana ha una determinazione contagiosa. Noi veniamo dalla pittura, dove spesso tendiamo a complicare le cose, ma l’idea di dare un “vestito” visivo a questi racconti ci è sembrata un’occasione bellissima. Ci siamo sentite un po’ come delle sarte: dovevamo cucire un abito su misura per Denis, Lyla, Pietro e tutti gli altri piccoli protagonisti, trasformando le parole in un’esperienza visiva che fosse all’altezza della loro spontaneità”.
Parlando proprio di tecnica, le vostre illustrazioni colpiscono per la loro chiarezza. Quali scelte stilistiche avete adottato per accompagnare i piccoli lettori?
“Per chi dipinge, la tentazione di aggiungere sfumature o dettagli è forte. Qui, invece, ci siamo impegnate a ridurre. Abbiamo scelto contorni netti e colori pieni per un motivo pratico: il bambino deve capire subito chi è il protagonista e cosa sta facendo. Se un personaggio ha la maglietta rossa a pagina 2, deve averla anche a pagina 10, altrimenti il piccolo lettore giustamente ci bacchetta. È una pulizia che serve a lasciare spazio alla storia e in questo tipo di racconto l’illustrazione completa il testo, non lo sostituisce”.
Il cuore di questi libri è l’importanza del tempo lento, della pazienza, che aiuta la creatività a emergere. In che modo avete tradotto visivamente questo concetto nelle vostre tavole?
“Cercando di ricordare come guardavamo il mondo noi da piccole. Non servono effetti speciali: un prato è un campo da calcio, un po’ di fango è un cantiere. Volevamo che i disegni sapessero di carta e di cose vere. È stato un esercizio di sottrazione: rappresentare il momento in cui un oggetto qualunque diventa magico grazie alla fantasia”.
Nelle storie i bambini affrontano piccoli fallimenti. Come avete reso graficamente l’idea dell’errore come atto pedagogico?
“Disegnando bambini che non sono modelli da copertina. Ci siamo divertite a catturare le facce concentrate, i capelli spettinati o le ginocchia sporche. L’errore graficamente è un inciampo, una macchia, un’espressione un po’ buffa. Volevamo che l’immagine dicesse: “Ehi, guarda che va bene anche se non viene perfetto al primo colpo”. Alla fine, un bambino che impara è molto più interessante di un bambino che sa già fare tutto”.
L’autrice sottolinea l'importanza dell’impaginazione per l’avvicinamento alla lettura. In che modo il vostro lavoro supporta questo metodo?
“In questo caso siamo state “al servizio” del testo. L’immagine deve fare da bussola: se si parla di una palla, la palla deve essere lì, ben visibile. Abbiamo cercato di creare un ritmo visivo che aiuti i bambini (e i genitori che leggono per loro) a non perdersi. È un gioco di incastri, molto meno astratto di quello che facciamo di solito, ma molto gratificante”.
C’è infine un valore etico profondo: il ricavato sosterrà una causa importante. Cosa significa per voi questo aspetto?
“È la parte che dà un senso a tutto il lavoro. Sapere che questi disegni, nati quasi per gioco nel nostro studio, possono contribuire in modo concreto alla scuola di ostetricia e all’ospedale della “Fondazione Ambrosoli” a Kalongo ci rende felici. È un piccolo cerchio che si chiude: disegniamo per i bambini di qui per dare un futuro ai bambini e alle mamme in Uganda. Niente di pretenzioso, soltanto un modo per essere utili facendo ciò che amiamo”.





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