20 marzo 2026

Adriana Lafranconi pubblica una collana di storie per l’infanzia, tributo al bambino di ogni tempo

Spiega l’autrice, mandellese: “Ho fatto una rassegna dei giochi inventati preferiti dai miei nipoti o dai loro amichetti: una raccolta che mostra come ciascuno è ben consapevole delle proprie preferenze di gioco”

Adriana Lafranconi

(C.Bott.) Dopo l’esordio nella narrativa con “Il paese sul lago. Cento e un personaggio in scena”, pubblicato sul finire del 2024, la mandellese Adriana Lafranconi torna in libreria, questa volta con una collana di storie per l’infanzia. Una novità inaspettata che è la stessa autrice a spiegare.

“Il manoscritto di questi racconti - premette - era pronto prima della stesura de “Il paese sul lago”. Ci sono stati poi i tempi tecnici per trovare un editore che fosse interessato alla proposta di pubblicazione e, problema di non facile soluzione per motivi diversi, quello di poter contare su artisti disponibili a illustrare le varie storie. Per questo devo ringraziare le professoresse Gilda Pezone di Mandello Lario e Arianna Mancini di Sirone che hanno accolto con entusiasmo la mia idea. Senza la loro disponibilità quasi certamente questi libri non avrebbero visto la luce”.

Siamo a marzo e nei prossimi giorni uscirà il primo dei sei volumetti, entro aprile il secondo, per giugno anche il terzo. Dopo l’estate saranno pubblicati gli altri tre. Ma da dove è nata l’idea dei racconti per bambini, per un target così diverso dalla precedente esperienza di scrittrice?

Siamo tutti consapevoli delle denunce che da più fronti si alzano contro la possibilità per i bambini, anche molto piccoli, di passare tanto tempo davanti allo schermo di cellulari, tablet e pc, con i rischi che ciò comporta. Osservando però i bambini di oggi, come sarà successo anche a molti lettori di questo blog, possiamo notare che se gli adulti non danno loro in mano questi strumenti digitali i piccoli sanno trovare alternative, a partire da giochi concreti che hanno a disposizione.  Il filosofo e psicologo Umberto Galimberti arriva a sostenere che i bambini di oggi hanno troppi stimoli, il che impedisce loro di vivere la noia, che invece è esperienza fondamentale per loro. “I bambini si divertono con i giochi che inventano loro, ma per inventare giochi bisogna innanzitutto non averne e, in secondo luogo, sperimentare la noia. La noia è fondamentale per i bambini: se ti annoi, inventi. È la precondizione della creatività la noia”. Pensando ai miei nipoti, non certo tutti immuni all’esposizione al digitale, in effetti ho raccolto tante prove a sostegno della tesi di Galimberti. Lo possono certamente confermare molti nonni, molti genitori, molti insegnanti. Così ho fatto una rassegna dei giochi inventati preferiti dai miei nipoti o dai loro amichetti: una raccolta che mostra come ciascuno è ben consapevole delle proprie preferenze di gioco. Poteri dire che questa collana è un tributo al bambino d’oggi o, ancor meglio, al bambino di ogni tempo”.

Dobbiamo allora aspettarci bambini protagonisti di giochi differenti?

“Certamente. Il primo libro ci presenta le storie di Denis pasticciere e di Lyla e Pietro giardinieri, poi conosceremo Thomas che impara a fare il calciatore nel prato del nonno, Emanuela che si ingegna a fare la “muratora”, Giovanni e Francesca che insieme preparano libri sui dinosauri: lui inventa e disegna dinosauri e lei scrive le storie relative, in una proficua collaborazione… E tanti altri. In questi libri i bambini vivono da veri protagonisti le esperienze di gioco: non ci sono adulti a dare loro le istruzioni, a fare da paracadute rispetto a possibili errori, ma sono loro stessi che, provando, mettono a punto le soluzioni per un gioco che dia soddisfazione. All’inizio certamente sbagliano, ma nessuno di loro demorde e, dopo qualche insuccesso, centrano l’obiettivo. Il sociologo e psichiatra Paolo Crepet dice che l’educazione a gestire la frustrazione deve cominciare presto: “Un bambino che gattona deve andare contro la credenza, va contro la credenza, piange ma poi si ripiglia (…) I ragazzi di oggi - sedici, diciassette anni - vanno in ansia perché non hanno anticorpi contro la frustrazione (…) ma nella vita ci sono gli inciampi…”. In altre parole, permettere a un bambino di sbagliare, di fare l’esperienza dell’insuccesso è un atto pedagogico, perché così lui impara, in un contesto protetto, ad affrontare le sconfitte, piccole o grandi che siano, che la vita riserva a ciascuno di noi. Ecco, potrei dire che queste storie nascono con l’ambizione di offrire alle bambine e ai bambini la possibilità di identificarsi in coetanei e coetanee, più o meno tali, che - mentre realizzano giochi inventati con ciò che hanno a disposizione - accettano di sbagliare e di ritentare fino al successo, che condividono con altri”.

Da questo punto di vista si può dire che queste storie parlano anche ai genitori?

“Direi di sì, a partire dal fatto che chiedono loro di permettere ai figli di sporcarsi le mani per giocare, di toccare e usare ciò che trovano facilmente in casa, che siano farina, elastici, i vestiti della mamma da indossare per gioco… Una realtà, inutile negarlo, che non si può dare per scontata in ogni casa”.

C’è qualche altro aspetto che è importante sottolineare per illustrare questi libri?

Nella presentazione nell’ambito del Festival della letteratura di Mandello, in calendario il 5 maggio, ci sarà modo di ampliare il discorso. Adesso posso iniziare a dire che ho scelto di usare forme linguistiche adatte a far riflettere il bambino - già a partire dai 3/4 anni - sulla lingua scritta, in modo che, protagonista anche qui, possa in modo autonomo esplorarla e scoprirne le regole di funzionamento, avvicinandosi alla lettura e alla scrittura anche senza un insegnamento diretto dell’adulto. Per strada, prima di cominciare a frequentare la scuola primaria, un bambino impara a leggere Stop perché lo vede tante volte agli incroci; il bavaglino su cui è scritto il suo nome gli insegna di quali lettere esso si compone; l’insegna gelateria che vede quando va a mangiare il gelato entrerà presto fra le sue parole gradite da leggere… In questi libri egli avrà modo di imbattersi ripetutamente in uno stesso termine: con ciao si apre ognuna delle dodici storie; i nomi papà, mamma, nonno, nonna, palla, biscotto si affacciano di volta in volta ripetutamente alle pagine dei vari racconti e così bambine e bambini ascoltatori o aspiranti lettori imparano a riconoscerli. L’impaginato fa poi la sua parte, come si vede dall’esempio di qualche pagina, perché l’immagine suggerisce le parole, mentre il testo sollecita il confronto fra parole corte e parole lunghe, fra parole simili di cui cogliere le differenze. A poco a poco, mentre gustano le storie lette loro dagli adulti, le bambine e i bambini possono così muovere passi importanti nella lettura autonoma”.



 

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