17 marzo 2026

Scrive: “Mandello e il nostro lago che si spegne, tra blasone e una rassegnazione che si fa abitudine”

Dal mandellese Fabrizio Marra riceviamo e pubblichiamo:

Il rintocco delle campane di Mandello Lario oggi sembra avere un suono diverso. Non è più il richiamo vibrante di un borgo che scandiva il tempo del lavoro e dell’ingegno, ma il sommesso rintocco di una rassegnazione che si è fatta abitudine. Mentre maggio si avvicina, il silenzio elettorale è rotto soltanto dal brusìo dei soliti nomi, una sfida tra volti noti che si contendono le chiavi di una casa che sta perdendo i pezzi nel disinteresse generale, senza che nemmeno una visione nuova provi a scalfire il grigiore di una proposta politica che sa di già visto.

L’illusione è stata il nostro anestetico preferito. Ci siamo cullati per anni nel vanto di un marchio che tutto il mondo ci invidia, trasformando il rito annuale dei motori in un’autocelebrazione che maschera la fragilità della nostra accoglienza. Si parla di numeri gonfiati, sbandierati con un abbondandis in abbondandum di totòiana memoria, quando la realtà racconta di anime che affogano in servizi approssimativi. È l’economia del “tutto e subito”, una fiammata che lascia sul terreno solo cenere e nessuna strategia, mentre il resto dell’anno si giustifica l’immobilità con la gloria del passato.

Eppure il Dna di Mandello è fatto di ben altro. Ci vantiamo giustamente delle imprese dei nostri atleti, campioni che portano il nome del paese sulle vette del mondo. Dal canottaggio alla vela, fino alle piste innevate dove il talento mandellese non conosce confini. Non ultima l’emozione dello sci, con la medaglia d’argento paralimpica di Federico Pelizzari: un esempio di forza e dedizione che ci ricorda cosa significhi superare gli ostacoli più duri con la pura forza della volontà. Atleti che ci insegnano cosa significano la disciplina e la cura millimetrica del dettaglio. È un paradosso doloroso: abbiamo figli che vincono ori mondiali e medaglie paralimpiche grazie a una dedizione feroce, mentre chi amministra la loro “casa” sembra aver smarrito persino l’ABC dell’ordinaria manutenzione.

Camminare oggi nei nostri giardini pubblici, quello che dovrebbe essere il salotto nobile del lungolago, significa attraversare un paesaggio ferito. È una malinconia sottile quella che si prova vedendo container da deposito attrezzi, nati come “temporanei”, diventare monumenti alla stasi. Ed è quasi sarcastico assistere alla morte di piante che non sono state uccise dal destino, ma maciullate da una cura che somiglia troppo all’abbandono.

Il percorso verso una riqualificazione seria, quella che punta alla Bellezza con la B maiuscola, non è nemmeno iniziato. In compenso si progetta di piazzare dei locker per i bagagli, come se un armadietto di metallo potesse colmare il vuoto di una visione urbanistica che manca di respiro.

Mentre noi discutiamo di mandati e di poltrone, il mondo fuori dai confini di Mandello ha smesso di aspettarci. I vicini di casa hanno imparato a correre. C’è chi ha trasformato l’identità del territorio in una gestione manageriale da milioni di euro e chi ha domato il vento per farsi capitale dell’outdoor. Altri ancora hanno costruito il futuro sulla capacità di attrarre investimenti veri, diventando l’hub moderno di un lago che non vuole più soltanto essere guardato. Noi, invece, abbiamo scelto la strada della bizzarria estetica. In alcune frazioni, l’illuminazione pubblica ha acquisito l’aggressività gelida di un terminal aeroportuale: rottamiamo i nostri lampioni storici per sentirci moderni, finendo per sembrare fuori posto. Persino il Lido, al centro di cronache recenti che parlano di proroghe e lavori in extremis per “prepararsi all'estate”, resta un punto di domanda: ci si chiede se sarà finalmente l’occasione per un cambio di passo strutturale o se resterà l’ennesimo intervento di riqualificazione parziale, un correggere il tiro mentre la stagione è già alle porte.

La rassegnazione più grande si respira in quel commercio che muore in silenzio, sostituito da case vacanza anonime. Certo, potremmo consolarci con l’eleganza di certe eccellenze del territorio che brillano di luce propria. Ma il lusso, se resta confinato dietro un cancello senza contaminare il marciapiede di fronte con un fiore o un’insegna dignitosa, somiglia terribilmente a un bell’abito indossato per restare in casa da soli. Il decoro urbano non è un optional, ma l’unica vera forma di cortesia che un’Amministrazione deve ai suoi cittadini.

In fondo, Mandello è come una vecchia signora che, pur possedendo i gioielli più preziosi del mondo, ha deciso di smettere di guardarsi allo specchio, convinta che il blasone basti a nascondere le rughe di un giardino incolto. È un peccato di superbia che il lago difficilmente ci perdonerà. Guardando da lontano, si ha l’impressione che ci manchi quel tocco di understatement necessario a capire che per essere grandi non serve urlare con fari da stadio. Basterebbe ricominciare a piantare fiori e, magari, a scegliere le luci giuste per lasciarci guardare mentre scompariamo. In eleganza, s’intende.

Fabrizio Marra (Mandello Lario)

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