Spiega l’autrice: “Non ho inventato nulla, è reale il protagonista, lo sono gli altri personaggi, lo sono i fatti narrati, anche se alcuni al lettore potranno sembrare inverosimili. Il nome del protagonista è l’unico elemento frutto di fantasia”
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| Adriana Lafranconi |
E’ in libreria da qualche giorno e a Mandello Lario verrà presentato il 4 dicembre nell’ambito della “rassegna di incontri” a cura dell’assessorato comunale alla Cultura. E’ il nuovo romanzo “Wolfango e la Bambina. Seminare speranza” della mandellese Adriana Lafranconi. E’ lei stessa a parlarne in questa intervista.
Dalla raccolta di racconti dal titolo “Il paese sul lago. Cento e un personaggio in scena”, edito da “Marcianum Press” nel 2024, al romanzo di oggi, con lo stesso editore. Quest’ultima scrittura è stata una sfida più impegnativa?
“Sono state due esperienze diverse. In quella raccolta di aneddoti ogni episodio, proprio perché raccolto da una voce, aveva richiesto una scrittura sintetica e nel contempo capace di esaltarlo e contemporaneamente di considerare in che modo esso potesse concorrere a un insieme organico. Mentre lavoravo a una singola tessera, potrei dire, dovevo tenere sotto controllo che essa fosse ben collocata nel mosaico che progressivamente si andava delineando. In questo romanzo il percorso è stato opposto: prima ho progettato la struttura portante, verificandone la solidità, poi ho dato forma alle singole parti che essa poteva accogliere, giocando a cercare la soluzione narrativa che potesse valorizzarla. Tra i due libri c’è però una forma di continuità. Anche in “Wolfango e la Bambina. Seminare speranza” non ho inventato nulla: è reale il protagonista, lo sono gli altri personaggi, lo sono i fatti narrati, anche se alcuni al lettore potranno sembrare inverosimili. Il nome del protagonista è l’unico elemento che, per un motivo che spiego nel libro, è frutto di fantasia”.
Ma oltre a essere una persona vera, chi è Wolfango?
“È lui stesso che, ormai vecchio ma ancora attivo e aperto a svariati interessi, nelle prime pagine del romanzo si chiede: “Chi sono? Chi sono stato nella vita?”. E se la sua prima risposta è “Sono un ingenuo, lo sono sempre stato”, la narrazione ne svela via via un’identità composita. Si può dire che alle pagine si affacciano tanti diversi Wolfango: il povero Cristo, il sognatore, il caparbio, perfino il gaffeur - capace di ridere e di far ridere delle proprie gaffe - e molto altro ancora”. Nell’introduzione c’è un passaggio che getta luce sulla sua storia. Vale la pena leggerlo: «Abbiamo per destino una vita di emme...», gli aveva detto un giorno un amico. Possibile, certo. Ma lui aveva voluto cambiare il significato di quella emme: non merda - come aveva lasciato intendere l’altro - non miseria, non male, non meschineria, non malafede ma meraviglia, magia, melodia, addirittura magnificat, per mettere in musica il mistero del suo mondo. Cantava Fabrizio De André: Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
È questo che spiega il sottotitolo “Seminare speranza”?
“Certamente. La storia di Wolfango mostra che, anche quando la vita sembra chiusa a un futuro positivo, quando ci si sente in gabbia, credere in un domani migliore è il primo passo per trovare in sé la forza per abbattere le barriere incontrate, che siano la povertà, il pregiudizio, il rifiuto da parte degli altri, per poter aprire le ali e spiccare il volo. Se c’è riuscito lui - può pensare chi sceglierà di leggere questo romanzo - anch’io posso raggiungere i miei obiettivi, anche quando ciò è faticoso. Il sogno appartiene alla realtà”.
In tutto questo discorrere non abbiamo parlato dell’altro personaggio che il titolo ci presenta. Chi è “la Bambina”?
“La maiuscola ci rimanda a un nome proprio, ci dice che si tratta di una figura specifica. È l’ultimo capitolo del romanzo a rivelare chi è e a portare il lettore, di conseguenza, a riconsiderare il già letto. Tutto il resto è sorpresa”.


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