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| I filatoi Monti e Fasoli con i loro grandi mulini in una foto tratta dal libro di Emilio Panizza. |
Un nuovo capitolo della ricerca condotta dai mandellesi Luciano Rossi e Luigi Rompani. Ha per titolo “Il pontile della discordia” e questa è l’introduzione, relativa ai primi battelli a vapore sul Lario.
Finora ci siamo mossi nell’ambito della seconda “rivoluzione industriale”, in particolare per i mezzi di trasporto, auto e moto a benzina. Ma prima cosa ci fu? Forse l’abbiamo un po’ dimenticato ma la prima “rivoluzione industriale” fu uno stravolgimento epocale, che investì tutti i campi del produrre e del vivere. Il suo simbolo, però, l’abbiamo in mente tutti: la macchina a vapore. Questa fu applicata a tanti settori diversi, tra cui i trasporti di grandi dimensioni su terra e su acqua, treni e navi. E qui c’entra il nostro lago con una coincidenza che fa riflettere.
Torniamo al Lombardo-Veneto, anni 1825-’26. Nello stesso periodo in cui sulla sponda orientale di Lecco la “strada militare” cominciava a scavare la montagna, a Como veniva costruito e quindi varato il primo battello a vapore. Una semplice casualità nell’incontro tra due differenti modi di muoverci? O era il nuovo spirito del tempo che spingeva sul lago i suoi ardimenti?
Di fatto, in un territorio accidentato e tortuoso come il nostro, il lago era sempre stato, dai primi abitatori preistorici in poi, una via privilegiata per gli spostamenti di persone e merci. A muoverle era il vento, oltretutto con le brezze periodiche, o direttamente, con limitata fatica, i muscoli degli uomini. Vele o remi più l’intelligenza umana, ma diciamo che restavamo in un ambito naturale. Anche la strada, certo, aveva le sue innovazioni tecniche, e gli austriaci furono maestri, ma è soprattutto qui, con la macchina a vapore montata su un natante, che la scienza balzava con prepotenza davanti agli occhi di tutti, anche di quelli che semplicemente passavano sulla riva del lago. Una vera svolta, fatta di ammirazione e di paura, che generava, quasi senza che ce ne accorgessimo, un modo diverso di guardare al mondo, alla natura, al Creatore, alle capacità dell’uomo, il suo lavoro, il suo ruolo su questa terra.
Il “Lario” dunque, e poco dopo il gemello “Plinio”, cominciarono ad attuare le loro prime corse tra i principali centri del lago, all’inizio però senza un particolare successo per la loro mole e l’impossibilità di entrare nei porti, oltre che per la diffidenza della gente che temeva potessero incendiarsi o scoppiare, quindi senza intaccare il grande viavai di imbarcazioni tradizionali.
Sappiamo che ce n’erano di vari tipi e dimensioni e per tutte le funzioni: da pesca, da trasporto persone, da merci leggere e pesanti, da diporto; queste ultime, più raffinate e eleganti, al servizio di un crescente turismo altolocato specie di provenienza inglese. Il lago, così, la vinse ancora a lungo sulle strade di terra, mentre i nostri battelli, un po’ alla volta ma inesorabilmente, guadagnavano quote di mercato rispetto alle barche, crescendo in duttilità e fiducia degli utenti. Intanto avevano anche preso un nome nuovo, e nobilitandosi col greco divennero “piroscafi”: evidentemente “piro”, fuoco, faceva più bello e non spaventava nessuno.
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| Il porto di Como in un dipinto del 1850 di Angelo Inganni. |
E i mandellesi che rapporto ebbero con il vapore? Beh, diciamo che non ebbero fretta. E in effetti i piroscafi se li lasciarono passare davanti, un po’ al largo, col fumaiolo sbuffante e le due ruote che giravano sui fianchi, per quasi mezzo secolo, prima di decidere che anche per loro era venuto il momento di farli attraccare e di salirci sopra. Evidentemente il vecchio sistema funzionava benissimo per le loro necessità: barconi come comballi per i materiali più pesanti da edilizia; gondole per un trasporto misto e all’occasione bestiame; più ridotti e confortevoli batei, quelli che oggi - sbagliando - chiamiamo “lucie”, per i passeggeri. E gli approdi nei porti o un po’ dappertutto, dove la riva si prestasse.
Inoltre quanto alle macchine a vapore fisse, che altrove trasformarono le attività da artigianali a industriali, Mandello non ne ebbe praticamente bisogno. Nessuna rivoluzione repentina qui, e sì che di imprese, nel ramo tessile e non solo, ne avevamo. Era la roggia con i suoi mulini, già da qualche secolo, la nostra macchina a vapore! Più arcaica e collaudata, più economica, ma ugualmente legata a una rara inventiva e abilità meccanica. Leggetene i dettagli, e restatene ammirati, sul libro di Emilio Panizza, “Mandello l’acqua e la roggia”, e sulla pubblicazione dell’Archivio comunale della memoria locale “A piedi lungo la roggia”, una guida turistico-culturale corrispondente alle targhe poste con un pazientissimo lavoro in ogni punto significativo del percorso. Al di fuori della roggia erano poche le attività che richiedevano una consistente energia motrice. Però almeno una macchina a vapore ci fu e muoveva un filatoio nel borgo capoluogo.
È comunque in questa antica e consolidata capacità e competenza che emerge il nostro Dna profondo, la sua evoluzione in accordo col tempo, il forte richiamo che eserciterà sulle imprese in tutto il Novecento (vedi la Guzzi ma non soltanto) e che dura tuttora. La “città dei motori”, come è chiamata oggi, è anche figlia della “città dei mulini” e di chi ci sapeva lavorare, e per i mulini ci spiace solo - e tanto - che si siano lasciati scomparire.
Intanto, però, eravamo all’età dei piroscafi e qui incontriamo una lunga storia che ci sembra paradigmatica di tanti aspetti del tempo e che racconteremo, la storia del nostro pontile.
Luciano Rossi
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