27 agosto 2026

“Sono soddisfatto della mia vita: ho fatto errori e sbagli, ma spero di poter essere perdonato”

Lettera postuma del mandellese Massimo Gilardoni, morto lo scorso inizio agosto. “Quanta sofferenza davanti a certe diagnosi! Ti sembra di star bene, ti credi invincibile ma in verità non lo sei, anzi”. “A  chi mi ha voluto un po’ di bene chiedo due preghiere: una per me e una per i miei cari. Grazie a tutti e arrivederci”

Massimo Gilardoni (1972-2026).

(C.Bott.) Organista al “Sacro Cuore” per 35 anni, aveva diretto il coro parrocchiale, il “Siyahamba” e il coro misto “Voci nel tempo” di Cortenova. Lo scorso inizio agosto, pochi giorni dopo aver compiuto 54 anni, il decesso nella sua casa a Olcio di Mandello Lario. Quella che segue è la lettera che lui stesso aveva scritto nei giorni difficili della malattia e della sua sfida al tumore. E che ci aveva chiesto venisse resa pubblica soltanto dopo la sua morte. Una lettera che non manca di suscitare emozione e commozione. E che sollecita riflessioni.

“Buongiorno a tutti, quando questo “articolo” sarà pubblicato io sarò già “andato avanti”, come si usa dire nel linguaggio alpino. Avevo chiesto mesi fa di pubblicarlo post-mortem.

Perché non ho voluto divulgarlo mentre ero in vita? Per evitare interpretazioni sbagliate da parte di chi lo avesse letto: sarebbe stato molto facile pensare che cercassi compassione o egocentrismo, vana gloria, compatimento o altro. Adesso, invece, questa lettura può essere compresa da chi sta attraversando una fase simile della propria vita con sofferenza del corpo e/o dello spirito, o aiutare a riflettere sul valore della salute e della vera solidarietà da donare a chi è in certe condizioni.

Potrei intitolare queste vicissitudini: “Da una vita serena alla tragicità attraverso un filo di speranza”. Tutto è cominciato, in modo quasi banale, il 16 gennaio 2026. Erano due giorni che notavo un colore strano delle mie urine, ma nessuna preoccupazione mi tormentava: un amico, quando gliel’ho confidato, mi ha consigliato di andare al Ps di Lecco e dopo un po’ di reticenza iniziale l’ho ascoltato: erano circa le 13. Non avrei mai immaginato che, una volta entrato al Pronto soccorso, quel 16 gennaio non sarei mai più stato la stessa persona. Nel giro di 5/6 ore avevo fatto esami del sangue, Tac, ecografia.

Verso le 18.30 vengo chiamato dal medico al banco. Io, in cuor mio, pensavo di tornare a casa con un medicinale. Ero molto tranquillo, invece il dottore mi dice: “Signor Gilardoni, la ricoveriamo”. Io, allibito, sorpreso e incredulo, rispondo: “Non posso. Domani devo suonare e ho altri mille impegni in agenda”. Il dottore, a quel punto, mi gela: “Veda lei ma io, a 53 anni, non la mando a casa”. Ancora confuso, in silenzio lo ascolto.

Sono stato ricoverato subito: 15 giorni per fare tutte le analisi e gli esami necessari a confermare quello che avevano sospettato già al Pronto soccorso. Io ero sempre speranzoso perché, fisicamente, stavo benissimo. Non avevo alcun dolore, tanto che scendevo in cappella la domenica pomeriggio ad accompagnare all’organo la messa che viene celebrata alle 16 in ospedale. L’unica cosa che notavo è che diventavo pian piano giallo ittero, un segno inequivocabile della bile che non defluiva correttamente: dentro di me avevo il mostro che mi stava azzannando, un tumore insidioso alle vie biliari, difficile da gestire, che crea problemi su problemi. Per questo in quei giorni mi inserirono due stent, che supplivano le vie biliari compromesse, per avere uno scarico regolare.

Questo è il racconto di come, improvvisamente, mi sia cambiata la vita anche se, in realtà, ero ancora poco consapevole, mi sembrava impossibile ciò che mi stava capitando. Nel corso dei mesi ho ricordato tante persone che hanno avuto simili disavventure e alle quali, ahimè, non pensavo quasi mai. Le ho focalizzate nei momenti di disperazione che ho avuto, nei momenti in cui mi sono sentito solo con me stesso e con la realtà. Mi guardavo e vedevo una persona diversa da quella che sono sempre stato: quanta sofferenza davanti a certe diagnosi! Ti sembra di star bene, ti credi invincibile ma in verità non lo sei, anzi.

Dal punto di vista della prevenzione sono sempre stato una persona ipocondriaca e per questo ho sempre fatto molti controlli medici. Al primo allarme correvo a fare analisi e approfondimenti. Eppure la mia sfortuna, il destino o il disegno dall’alto è stato quello di avere il “mostro” in un luogo molto nascosto proprio dentro di me.

Dalle giorno delle dimissioni dopo il primo ricovero a Lecco, il 30 gennaio, ho chiesto pareri ad altri medici e in altri ospedali. Ho mandato il fascicolo sanitario anche all’Istituto dei tumori ma il verdetto è sempre stato estremamente drammatico: non ero operabile e la chemio che avrei dovuto fare era protocollare, cioè uguale a Milano come a Lecco o in qualsiasi altro centro avessi voluto o potuto scegliere di farla.

Nel frattempo la voce si spargeva e la gente, ovviamente, si chiedeva: “Come mai Massimo, che non è praticamente mai stato assente dal servizio organistico al “Sacro Cuore”, a volte manca?”. Io però preferivo tenere la cosa riservata: in realtà, in cuor mio, speravo ancora di poter risolvere velocemente questo dramma che, purtroppo, non si sarebbe mai più risolto. Non ci volevo credere!

Per cercare di riassumere, il problema di questo tumore non è stata la chemioterapia, che non ho fatto eccessivamente fatica a sopportare, quanto, piuttosto il riuscire a farla. I miei esami del sangue rivelavano spesso valori che mi rendevano non idoneo a potermi sottoporre alla terapia e tutto ciò era causato dalla bile che non sempre defluiva correttamente. Si creavano infezioni e, successivamente, dovevo essere sottoposto a piccoli interventi per riposizionare nuovi stent. Una vera via Crucis!

In cinque mesi non una notizia positiva e il morale è finito sotto i piedi. Tanti amici mi dicevano di “star su”. Ma come potevo, io, “star su”? I medici non sapevano come procedere ma non volevano cedere perché non avevo altre patologie ed ero ancora relativamente giovane. Finire il ciclo della chemio mi avrebbe fatto capire se il tumore fosse regredito o almeno bloccato... Ma questo cammino era tortuoso. In quattro mesi sono riuscito a fare solo quattro chemio, delle quali soltanto una come ciclo completo, perciò valido.

Delusione, emotività fragile, scoraggiamento sono stati all’ordine del giorno anche se ho sempre cercato di non farlo vedere. Pian piano ho realizzato di voler mollare: non ce la facevo più perché non ci sono stati progressi. Verso aprile-maggio ho iniziato a prendere sempre maggior consapevolezza del mio essere seriamente malato. Le forze iniziavano a mancare, il bisogno di sdraiarmi era, ormai, una necessità quotidiana. Molti si stupivano dei miei problemi perché, in effetti, nell’aspetto ero soltanto un po’ dimagrito, nulla di più. La realtà, però, era che non ero più io: ero sempre stanco. Ho cercato di mantenere l’impegno organistico in Parrocchia che avevo da 35 anni, ma mi richiedeva davvero tanto sforzo fisico ed emotivo.

Quando non ero in ospedale desideravo rispettare questo mio impegno che, per me, era un piacere e uno sforzo che affrontavo con tenacia. Per esempio sono stato molto contento e soddisfatto di essere riuscito a “gestire” musicalmente tutto il triduo di Pasqua! Anche se so soltanto io quanta fatica mi sia costato. Ma mi sentivo ancora utile, vivo.

Da gennaio a giugno ho calcolato circa 10 ricoveri in ospedale, ognuno dei quali da 7/10 giorni. Sono arrivato al punto di dire: basta! Ovviamente mi informavo sulle cure palliative: quanti come me? Ci sono tante persone che soffrono o hanno percorsi simili. Non ci pensiamo mai, io per primo.

In tutta questa disavventura di vita ho voluto, a tutti i costi, che il mio B&B proseguisse e potesse avere un futuro anche dopo di me perché è il mio orgoglio e, negli anni, ci ho messo tanto impegno e dedizione, sacrificio e amore per costruire e far crescere questa attività. Fortunatamente il tempo è stato clemente e mi ha dato modo di organizzare le cose e di mettere in pratica questo mio enorme desiderio.

La solidarietà, parola della quale ci si riempie spesso la bocca ma che viene usata un po’ troppo facilmente a vanvera. Io posso dire che, nella mia sofferta esperienza, ho ricevuto tanta, tanta solidarietà da parte di persone dalle quali non me lo sarei mai aspettato, un “oceano” di amicizia che non mi ha lasciato solo un giorno. Invece non un brevissimo messaggio da chi - forse, ma senza pretesa - me lo sarei aspettato, essendo “ragazzi”, uomini che partecipano alla vita parrocchiale anche cantando le lodi di Dio (amiamoci tra noi e tante altre belle parole). Onestamente, a parte una delusione iniziale che mi ha inevitabilmente portato grande sofferenza, ho superato tutto senza problemi. Ringrazio, comunque, anche quelle persone che, pur sapendo, hanno preferito ignorare, mantenendo la coerenza del distacco.

Tornando a chi mi ha dato tanto amore, affetto e vicinanza, molti di questi non frequentano regolarmente la chiesa (non chi dice Signore, Signore…). Mi vengono in mente soprattutto due amici con i quali avevo avuto dissapori tempo addietro ma che, appena hanno saputo della mia malattia, si sono messi in contatto con me: mi ha fatto tanto bene e mi hanno regalato una grande commozione. Ringrazio veramente tutti: chi si è fatto fratello e sorella nella solidarietà.

Sono soddisfatto della mia vita: ho fatto errori e sbagli, ma spero di poter essere perdonato. Anch’io sono stato poco attento a certe situazioni davanti alle quali avrei, sicuramente, potuto fare di più. Non auguro a nessuno il percorso di sofferenza che ho vissuto in questi ultimi miei mesi terreni e, a chi mi ha voluto un po’ di bene, chiedo due preghiere: una per me e una per i miei cari. Grazie a tutti e arrivederci! Con stima e schiettezza”.

Massimo

1 commento:

  1. Ciao Massimo. Ci conoscevamo poco. Ti ho visto suonare con passione ai funerali dei miei genitori e di altre persone mancate. Questa tua lettera mi ha fatto piangere. Immagino solo lontanamente la sofferenza che hai avuto. Ti penso e riposa in pace. Maurizio

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