21 gennaio 2021

Il saluto di Mandello a Giovanni Zucchi. “Con la tua barca, vai ora verso l’altra riva…”

Don Ambrogio Balatti all’omelìa del rito funebre dell'ex grande campione di canottaggio: “Ha fatto conoscere ovunque il nome di questo nostro paese, vincendo più regate e più medaglie di tutti”



di Claudio Bottagisi

E’ la metafora della barca ad accompagnare l’addio di Mandello a Giovanni Zucchi, vecchia gloria del remo italiano e internazionale morto martedì 19 gennaio all’età di 89 anni.

A quell’immagine si rifà innanzitutto la scritta del Vangelo riportata sull’annuncio funebre (“Venuta la sera, i suoi discepoli salirono in barca… e si avviarono verso l’altra riva”) e nella fotografia collocata all’esterno della chiesa del “Sacro Cuore”, dove oggi pomeriggio sono stati celebrati i funerali, il campione della Canottieri Moto Guzzi è ritratto accanto a una barca.

All’omelìa del rito delle esequie, poi, don Ambrogio Balatti - dopo aver ringraziato Giovanni, “amico e vicino di casa”, per le gioie sportive che nella sua carriera agonistica ha saputo regalare - si rifà a quanto ognuno di noi va ripetendo in questo tempo di pandemia. “Siamo tutti sulla stessa barca, si sente spesso dire da qualche mese a questa parte - dice il sacerdote - e non a caso la nostra vita è una più o meno lunga traversata, dove ciascuno rema come può”.



“Siamo sulla stessa barca, è vero - aggiunge don Ambrogio - ma quella utilizzata dai canottieri è per così dire la più espressiva per la forza e al tempo stesso per l’armoniosità che chi c’è sopra è chiamato a far valere”.

Equilibrio e, appunto, armonia. Anche Giovanni Zucchi ha dovuto adeguare la sua grande forza fisica a quella dei compagni di barca. L’ha ricordato, il celebrante, in un passaggio della sua omelìa. “Lui - ha sottolineato - che è stato in assoluto tra i più forti vogatori della “Guzzi” e che ha fatto conoscere ovunque il nome di Mandello. Lui, capace di vincere più regate e più medaglie di tutti. Lui che nella sua vita ha fatto l’operaio in Guzzi ma anche il muratore e che ha iniziato il suo percorso di atleta pur vivendo come me a Luzzeno...”.

“Già, perché noi di Luzzeno e Rongio - ha aggiunto - il lago lo guardavamo dall’alto, pensando alla preoccupazione dei nostri genitori che potesse accaderci qualcosa, che rischiassimo di annegare”.

1956, in viaggio verso Melbourne. Giovanni Zucchi è il terzo, in piedi, da sinistra.


“Un giorno - ha affermato poi don Ambrogio - chiesi a Giovanni come mai non avesse pensato di fare il pugile. Con la tua stazza e il tuo fisico imponente, gli dissi, saresti stato un bel peso massimo e tra l’altro la boxe era una delle discipline praticate dal Gruppo sportivo Moto Guzzi. Mi rispose senza esitazione che in effetti gli era stata fatta, quella proposta, ma che lui rifiutò perché non aveva voglia di andare in giro a prendere pugni”.

Ad ascoltare il sacerdote e a tributare l’ultimo saluto a Zucchi c’erano, dentro la parrocchiale, tanti amici. Tra gli altri, gli olimpionici Giuseppe Moioli e Ivo Stefanoni. Accanto alla bara, appena sotto l’altare, i gonfaloni del Comune di Mandello e dell’Associazione nazionale atleti olimpici e azzurri d’Italia.

Prima della fine della cerimonia il sindaco Riccardo Fasoli, a sua volta ex campione di canottaggio con un titolo mondiale Junior vinto nel 2003, ha letto la preghiera del canottiere. “Siamo qui in tanti - aveva premesso - e tutti noi sappiamo che questo non è un addio ma un arrivederci”.



Fuori, sotto una leggera pioggia, qualcuno guarda la fotografia del “Giuanon” e rilegge l’annuncio funebre, posto appena sopra l’omaggio floreale del Gruppo amici di Luzzeno.

Resta, di Giovanni Zucchi, il ricordo di un grande campione e di un grande uomo. E restano le parole di commiato della “sua” Canottieri Moto Guzzi, che nel giorno dell’ultimo saluto scrive: “Non siamo mai pronti a lasciare andare i nostri cari. Del grande Giovanni non possono che rimanere in tutti noi tanti ricordi, non soltanto per il fortissimo atleta che è stato ma anche per il legame di amicizia condiviso con molti di noi. A lui ora va il nostro grazie per essere stato, insieme a tanti altri campioni, un esempio di sport. Il patrimonio che lui ci lascia è immenso”.

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