18 gennaio 2026

Stropeni si racconta a Olcio con Curtabbi, Ciresa e Proserpio. “Liberi di vivere le nostre avventure”

La prima edizione di “Olcio si racconta”, evento incluso nel progetto “OlcioLab”, è partita decisamente con il piede giusto e con una partecipazione significativa da parte del pubblico giovedì scorso nell’ex asilo di Olcio all’incontro con Giovanni Stropeni e alcuni suoi compagni in tre spedizioni, che hanno regalato alla comunità una serata intensa, fatta di racconti e di avventura autentica: sana, sofferta e, soprattutto, profondamente vissuta.

Con Stropeni erano presenti Antonio Curtabbi, Marino Ciresa e Franco Proserpio, tra loro amici ancor prima che compagni di spedizione. Insieme, i quattro hanno condiviso imprese straordinarie e sono stati protagonisti di incredibili sciate, sempre con un obiettivo chiaro: “essere liberi”. Liberi di vivere l’avventura secondo il loro modo di sentire.

Uno dei racconti più affascinanti è stato quello della spedizione in Alaska, dove nel 1983 conquistarono la vetta del McKinley, la cima più alta degli Stati Uniti, salita e poi discesa con gli sci ai piedi, che per loro significano passione pura. Nel corso dell’incontro hanno ricordato il freddo estremo, con temperature tra i 40 e i 50 gradi sotto zero, il vento gelido e un dislivello impressionante che li portò dal livello del mare di Anchorage fino alla vetta.

“Quando il freddo diventava insopportabile - ha spiegato Stropeni - facevano le “marmotte”: chiusi nei sacchi a pelo, dentro le tende sepolte dalla neve, fermi a conservare energie”. Alla domanda se abbiano mai avuto paura o voglia di tornare indietro, la risposta è stata unanime: “No”.

Il racconto si è poi spostato sul Perù e sulla maestosa cima dello Huascarán, con le sue imponenti vette Sur e Norte. Anche qui, salita e discesa con gli sci. Una fatica immensa, “ma ne è valsa la pena”. Giovanni ha raccontato di aver dovuto rallentare e quasi rinunciare alla vetta a causa di un principio di edema polmonare. All’ultimo campo, prima del tratto finale tra seracchi e canali di ghiaccio, il gruppo era stanco e procedeva lentamente. Giovanni fumava la pipa e pagò il prezzo di quel vizio: faticava a respirare e lasciò andare avanti gli altri, ma grazie all’aiuto preziosissimo del portatore Joaquim raggiunse anche lui la vetta. La discesa li vide stanchi ma oltremodo felici. Era la notte in cui in Perù si festeggiava san Giovanni. Poi ancora la salita al Pisco e al Copa, nella Cordillera Blanca.

Ultimo racconto della serata la traversata dello Hielo Continental in Patagonia, l’avvicinamento a cavallo fino a El Chaltén, l’augurio di “buena suerte” da parte del responsabile del Parco, il rifugio Piedra del Fraile, i viaggi avanti e indietro per trasportare il materiale fino al Passo Marconi, porta d’accesso al ghiacciaio.

“Lì - hanno raccontato i protagonisti della serata olcese - ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Lo facciamo davvero?”. Sì, ovviamente. Muoversi su un mare di ghiaccio, con condizioni meteorologiche che cambiavano repentinamente… Passavi dall’asciutto al bagnato, infreddoliti continuamente. E lì, quando piove, piove in orizzontale”.

Alla domanda su come riuscissero a orientarsi nel bianco totale, hanno risposto: “Un glaciologo che studiava lo Hielo Continental ci aveva dato una mappa, su un foglio A4”.

Durante la traversata portarono a termine anche una nuova salita, su una cima non presente sulle mappe in loro possesso. La chiamarono “cima Olcio”, per poi scoprire che un nome ufficiale, su qualche documento, esisteva già. Poco importa: per la comunità di Olcio rimarrà per sempre “cima Olcio”.

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