26 ottobre 2022

Padre Locati: “Don Massimo, dalle tue labbra uscivano parole che liberano il cuore dagli affanni”

Don Massimo Rossi (1966-2022)



Una lettera all’“amico sacerdote don Massimo”, morto lo scorso 11 ottobre a Moltrasio. Una missiva che è anche poesia e che padre Giuseppe Locati, sacerdote dei “Padri bianchi” di Treviglio, per anni missionario in Congo dove ha vissuto fianco a fianco con migliaia di profughi e negli accampamenti degli sfollati attorno alla città di Goma, indirizza al sacerdote che fu per tredici anni (dal 2002 al 2015) parroco a Somana.

Padre “Pino” aveva conosciuto don Massimo proprio a Mandello Lario e le occasioni di frequentazione con lui erano state molteplici, favorite anche dagli incontri dei gruppi del Rinnovamento nello Spirito Santo, di cui lo stesso ex parroco di Somana era stato nominato nel 2021 assistente spirituale.

SERVO PER AMORE

Ti ricordo, don Massimo, sacerdote orante quando ancora prima dell’alba sul lago di Mandello Lario scendevi solitario nella chiesetta di Somana, faro sulla collina, e là, nel silenzio delle stelle e delle acque, trascorrevi le ore in quieta preghiera adorando il tuo Signore e salvatore.

Ti ricordo, don Massimo, quando salivo fino alla tua tenda di pastore di agnellini e pecore madri e ti trovavo già immerso nell’accogliere e confessare parrocchiani e forestieri venuti da ogni dove come se avessero scoperto e incontrato un nuovo curato d’Ars.

Eri umile, senza alterigia alcuna, dalle tue labbra non uscivano mai rimproveri e condanne, ma solamente quelle parole che liberano il cuore dagli affanni e dall’ansia del vivere.

Ti ricordo, don Massimo, con riconoscenza e gratitudine: sei stato fedele al tuo Signore fino alla fine. La tempesta della malattia - eppure tu eri ancora molto giovane - ti ha colpito senza risparmio. A momenti ti sentivi rivoltare nella fornace dei tuoi sentimenti, troppo pesante quella croce da portare verso il calvario oscuro di una morte che si annunciava dolorosa!

Ma il Signore non ti ha abbandonato e tu dicevi, sussurrando alle donne pietose che ti visitavano ancora giacente sul letto dell’ospedale: “Il Signore mi ha preso per mano in questa vita che sta per finire. Ho riflettuto sul mio essere sacerdote nella certezza che soltanto Gesù sa e può riempire la mia vita con la sua gioia completa e la sua pace senza fine. Al termine dei miei giorni umani su questa terra ringrazio di cuore il Signore che mi ha chiamato a essere suo servo per amore e servo con amore dell’umanità”.

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