10 febbraio 2026

Una lettera: “Il prezzo dell’assenza. Un affitto e… un caffè segnano il tramonto del Lario”

Da Mandello Lario riceviamo e pubblichiamo:

C’è un numero che in questi giorni sta facendo il giro del Lago di Como, passando di bocca in bocca tra lo stupore e l’indignazione: 5 euro e 40 centesimi. È il prezzo di un caffè doppio in un bar di Menaggio. Ma non lasciatevi ingannare: questo non è un editoriale sul caro-vita, né una semplice polemica sui listini. È il resoconto di un’identità che svanisce, la cronaca di un territorio che sta perdendo il contatto con la propria realtà e, di conseguenza, con i suoi visitatori più preziosi.

Quel caffè è il sintomo di una mutazione profonda. Stiamo assistendo alla “Las Vegas-ificazione” del nostro lago, trasformandolo in un parco a tema per turisti dove tutto è scenografia e nulla è più sostanza.

Il Lago di Como sta vivendo un momento di popolarità senza precedenti, ma è una popolarità pericolosa. Quando una destinazione diventa troppo hype, smette di essere una meta e diventa un trend. E i trend, per definizione, sono destinati a passare. Il rischio è tangibile: i viaggiatori più attenti, quelli che cercano l’esclusività vera e non quella ostentata, iniziano a guardare altrove. Il “troppo hype” genera folla, la folla genera standardizzazione. E la standardizzazione uccide il lusso autentico.

Mentre l’hype sale, la vivibilità scende. Se l’espresso a 5,40 euro allontana i residenti dalle piazze, il fenomeno degli affitti brevi li sta letteralmente espellendo dalle proprie case. Oggi trovare un “affitto normale” sul lago è diventata un’utopia. Le case non sono più focolai domestici, ma asset finanziari. Ogni appartamento convertito in casa vacanze è una luce che si spegne nella vita civile: chiudono le botteghe, le scuole perdono iscritti e i borghi restano spettrali per gran parte dell’anno. Stiamo ricostruendo i nostri villaggi storici seguendo le regole di un algoritmo: tutto deve essere perfetto per lo smartphone, “instagrammabile”, patinato. Ma se un abitante non può più permettersi di vivere il proprio paese, quel borgo smette di essere un “luogo” e diventa un “prodotto”.

La corsa all’oro non si ferma e si espande ora verso il ramo di Lecco, dove sono previsti almeno 5 o 6 nuovi hotel a 5 stelle nei prossimi tre anni. Si parla di un’offerta capace di coprire “365 giorni l’anno”, ma è una promessa che si scontra con una stagionalità che resta ostinatamente confinata a soli cinque mesi estivi.

Stiamo costruendo giganti del lusso su fondamenta sociali fragilissime. Chi lavorerà in questi hotel se i locali non possono più permettersi di risiedere vicino al posto di lavoro? Chi garantirà l’autenticità dell’accoglienza se la comunità è stata sostituita da flussi di pendolari?

L’ospitalità dovrebbe essere un incontro tra chi vive un luogo e chi lo visita. Se svendiamo l’essenza del Lario per un post virale, non stiamo creando valore: stiamo consumando il territorio fino a esaurimento. Una volta che la carovana dei cercatori di hype si sarà spostata verso la prossima meta di moda, cosa resterà? Resta l’amara consapevolezza che la comunità locale non era un ostacolo al turismo, ma l’unico motivo per cui valeva la pena visitare questo luogo.

Senza i suoi abitanti, il Lario rischia di diventare un bellissimo museo vuoto, dove l’unica cosa che resta da fare è pagare un biglietto d’ingresso decisamente troppo caro. Ma, in fondo, non tutto è perduto. Possiamo sempre consolarci pensando che, tra qualche anno, quando i borghi saranno finalmente deserti e i nuovi hotel a cinque stelle brilleranno nella loro solitudine invernale, avremo finalmente risolto il problema del traffico sulla “Regina”.

Potremo passeggiare in totale solitudine tra i vicoli di Menaggio o Varenna, godendoci il silenzio rotto soltanto dal vento e dal riflesso dei nostri smartphone. E se per caso dovessimo avere sete, ci resterà sempre quel caffè doppio a 5 euro e 40 centesimi: un prezzo onesto, dopotutto, per sorseggiare la fine di un’epoca. Salute, Lario!

Fabrizio Marra (Mandello Lario)

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