martedì 28 aprile 2020

Emanuela Lonardi, da Abbadia Lariana all’Olanda per fare la biologa

“Per il “patentino di immunità” servirebbero sia i test sierologici sia i tamponi, ripetuti e confermati. Se il test è positivo e il tampone negativo, allora non si è più contagiosi. Per il vaccino, invece, credo occorrano tempi più lunghi”
Emanuela Lonardi con i suoi tre figli Corinna, Marco e Nicolò.
di Claudio Bottagisi
Era partita per l’Olanda vent’anni fa dopo aver studiato Biologia all’Università di Padova e avere ottenuto una borsa di studio. Nei Paesi Bassi sarebbe dovuta rimanere per un periodo di sei mesi, ma in realtà da quella terra nel Nord-ovest dell’Europa Emanuela Lonardi non si è più staccata.
Inizialmente ha fatto ricerca in campo biochimico e microbiologico presso l’Università di Leiden, la città che ha dato i natali a Rembrandt, dove lei risiede attualmente.
Da lì e restando comunque a Leiden la giovane biologa, classe 1975, madre di tre figli (Corinna, quattordicenne, Marco e Nicolò, gemelli di 8 anni) si è spostata al Centro medico universitario, dove ha lavorato presso il Centro di proteomica e metabolomica a una serie di progetti di ricerca per lo sviluppo della diagnostica oncologica. Sempre al LUMC si è poi occupata del coordinamento di progetti di ricerca finanziati dalla Comunità europea e da un anno e mezzo lavora all’Oncode Institute di Utrecht in qualità di “programme coordinator”. 
La famiglia di Emanuela è originaria del Veronese e nel 1965 si è trasferita ad Abbadia Lariana, dove tuttora abitano mamma Gabriella e papà Enzo, mentre un fratello vive in Alto Adige.
E’ stato un giornale proprio del Veronese, il settimanale cattolico d’informazione Verona fedele, a contattare nei giorni scorsi Emanuela Lonardi e a riportare sul numero in edicola domenica 26 aprile una sua dettagliata intervista a firma di Adriana Vallisari in cui parla dell’emergenza coronavirus, dei test sierologici di cui tanto si discute in questi giorni, di come andrebbero effettuati, della loro reale efficacia e anche dei loro limiti. E poi degli studi epidemiologici in corso e della cosiddetta “fase 2”, oltre che di una non improbabile nuova ondata di contagi.
“Un secondo picco, un terzo e un quarto sembrano quasi inevitabili - dice la biologa - ma è la portata delle ondate a dover essere tenuta sotto controllo. Se stiamo attenti e ci impegniamo tutti insieme il secondo picco non sarà mai drammatico come quello attuale”. “La strada che consiglio di seguire - aggiunge - è quella del “far senza”, se si può. Sono in Olanda da 20 anni e so far senza l’aiuto pratico dei miei, anche se non so stare senza di loro. Ringrazio infatti la tecnologia che consente buffe videochiamate tra me, mio fratello in Trentino, mio papà dal divano e mia mamma in cucina ad Abbadia Lariana, 4 metri più in là. Mai come ora i miei mi mancano, così come mi mancano il caffè insieme, le tavolate piene di cose buone da mangiare e le cose belle da ricordare, mentre si ride in compagnia…”.
“Ma posso aspettare - si legge sempre nell’intervista - Posso ancora far senza, perché li so sani e al sicuro. E se, facendo senza, aiuto altra gente a tenere i propri cari al sicuro, allora va bene così”.
A una finestra della casa di Emanuela il disegno di un arcobaleno e la scritta "Andrà tutto bene".
E la “fase 2” che in Italia tanto sta facendo discutere? “Oltre alla salute - spiega Emanuela Lonardi - sono in gioco risvolti socio-economici importanti. Si tratta del benessere della popolazione, nel senso dello “stare bene”. Star bene fisicamente, star bene mentalmente, star bene su questo pianeta, tutti insieme. Non mi sento di dare consigli a chi deve prendere le decisioni, ma non li invidio. Faccio il tifo per loro, che abbiano la fortuna di trovare un gruppo di esperti fidati, il coraggio di prendere le decisioni giuste (magari scomode ma necessarie), la forza di spiegarle chiaramente e l’umiltà di chiedere consigli a chi è davvero esperto, aggiustando eventualmente la rotta, se serve”.
Sui test sierologici, i tamponi e i limiti di entrambi l’opinione della biologa è altrettanto esplicita: “Così come il tampone, anche il test sierologico fotografa l’istante - osserva - Se il livello degli anticorpi  è ancora basso, non passa la soglia di rilevazione e si risulta negativi. Se il test sierologico è positivo significa solo che il soggetto ha anticorpi contro il virus ma ciò non esclude l’infettività. Si può essere contagiosi perché il virus è in circolo e aver comunque prodotto gli anticorpi. Quindi per un “patentino di immunità” servirebbero entrambi i test, ripetuti e confermati. Se il test sierologico è positivo e il tampone negativo, allora non si è più contagiosi. Per il vaccino, invece, credo occorrano tempi più lunghi”.
Fin qui l’intervista. “Non so se il mio lavoro sia particolarmente prezioso in questo tempo di emergenza - dice Emanuela dalla sua casa di Leiden - anche perché non sono un medico e non faccio più ricerca. Mi sembra però giusto provare a spiegare determinati concetti di biologia in modo semplice, senza banalizzarli”.
“Proprio qualche giorno fa - aggiunge - i miei due gemelli all’alba delle 6 mi hanno svegliato e mi hanno fatto una serie di domande su come si diventa immuni al coronavirus. E pochi giorni prima una mia carissima amica mi aveva posto un quesito analogo, chiedendomi in particolare come sia possibile, una volta guariti dal Covid-19, essere ancora contagiosi. Su quattro foglietti ho fatto altrettanti schemini, che mi pare siano stati effettivamente di aiuto”.
Ieri in Olanda era il Koningsdag, il “Giorno del re”, in tempi non segnati dall’emergenza sanitaria la festa più bella dei Paesi Bassi, che appunto il 27 aprile celebrano il compleanno del re Guglielmo Alessandro con musica, festeggiamenti in strada, mercatini e fiere. E con ogni città che si colora rigorosamente di arancione. Ma quest’anno Emanuela Lonardi e i suoi tre figli sono rimasti a casa, come tutti. “Non c’era in giro nessuno - dice la biologa - e del resto per questo 2020 la ricorrenza era stata significativamente denominata “Woningsdag”. Come dire, il giorno della casa”.
Già, perché anche l’Olanda, un po’ come tutto il mondo, aspetta di ripartire.

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