mercoledì 27 febbraio 2019

Ansia per la sorte di Nardi. Con lui Panzeri scalò Makalu, Nanga Parbat e Broad Peak


Mario Panzeri, mandellese, guida alpina.

di Claudio Bottagisi
C’è anche Mario Panzeri tra coloro i quali, con trepidazione, aspettano dal Pakistan notizie su Daniele Nardi e Tom Ballard, britannico, impegnati in queste settimane nella salita dell’inesplorato sperone Mummery al Nanga Parbat, con i suoi 8.125 metri la nona montagna più alta della Terra.
Domenica scorsa le comunicazioni con i due alpinisti si sono interrotte sia con i familiari sia con il campo base e con lo staff  che dall’Italia segue la spedizione e il loro telefono satellitare risulta spento.
Proprio nella giornata del 24 febbraio i due avevano raggiunto i 6.300 metri, per poi tornare al campo 4 e da lì annunciare che erano molto stanchi e che le condizioni meteo non erano buone, con nebbia, neve e raffiche di vento.
Lo sperone Mummery sale lungo il versante Diamir della montagna himalayana: prende il nome dall’inglese Frederick Mummery, che nel 1895 provò a scalarlo senza successo prima di morire, travolto da una valanga. Non è mai stato salito nemmeno in estate e su quella via Reinhold Messner perse nel 1970 il fratello Gunther in discesa.
Da anni Nardi, laziale di Sezze (Latina), insegue il sogno di vincere quell’enigma fin qui irrisolto e nel 2013 ha raggiunto con la francese Elisabeth Revol “quota 6.450”.
Ad attendere notizie, come detto, c’è anche Mario Panzeri, classe 1964, guida alpina dal 1987.
Daniele Nardi, laziale.
L’alpinista mandellese che nel 2012, con la conquista del Dhaulagiri, aveva completato la salita - senza l’ausilio dell’ossigeno - di tutti i quattordici “ottomila” della Terra entrando nell’Olimpo dell’alpinismo internazionale, proprio con Nardi ha scalato nel 2006 il Makalu (con loro in quell’ascensione vi era anche il “ragno” lecchese Daniele Bernasconi, che raggiunse la vetta con Panzeri) e nel 2008 sia il Nanga Parbat sia il Broad Peak (8.047 metri).
Per Nardi, che aveva voluto dedicare quella salita Stefano Zavka, disperso l’anno prima in una bufera di neve sul K2, il Nanga Parbat era il settimo “ottomila”. E nel suo diario l’alpinista scriveva: “Mi perdo nei pensieri mentre i ramponi stridono e scintillano contro le rocce, confondo le stelle sopra la testa con le scintille sotto i piedi, come se il mondo fosse a rovescio. Ho ancora voglia di sognare, mentre veloce e sincronizzato con “Marione” Panzeri scendiamo verso il riposo. So che la giornata è ancora lunga, ma la sua voce mi rassicura”.
Poi ancora: “Da lì a un’ora siamo in tenda a bere Sprite e a infilare la forchetta in un piatto di spaghetti olio e pepe. C1 e C2, poi deposito al C3 a 68.00 metri, giornate lunghe, senza sosta e dove occorre dare tutto se stessi. Giornate lunghe in attesa di un tentativo alla vetta, il prossimo? Noi siamo pronti, oggi piove. Sì, qualche volta mi è capitato di andare di notte in montagna e quando mi è capitato di andarci in buona compagnia è stato ancora più bello”.
Ora l’attesa più lunga. E l’ansia di sapere dove sono Daniele Nardi e Tom Ballard.

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