venerdì 20 marzo 2020

Manuel, mandellese da 17 anni a Londra, e l’emergenza coronavirus

Sull’atteggiamento del governo inglese dice: “Ho trovato vergognoso che un’intera nazione abbia accettato le parole di Boris Johnson e il suo comportamento di quasi totale disinteresse verso il bene più prezioso, cioè la vita”
Manuel Lafranconi con la moglie Clarissa e il piccolo Alessandro.
Vive a Londra, dove lavora nel settore finanziario, da ormai diciassette anni, da quando cioè ha deciso di trasferirsi da Mandello alla capitale britannica. Ha 40 anni, è sposato con Clarissa e ha un bimbo, Alessandro, di quasi due anni e mezzo. Lui è Manuel Lafranconi e quelle che seguono sono le sue considerazioni sull’emergenza coronavirus e su come Londra e la nazione la stanno vivendo. E affrontando.
Queste mie considerazioni sorprenderanno forse molti, perché non riguardano l’aspetto sanitario dell’attuale crisi da coronavirus, né tanto meno descrivono la mia preoccupazione (che ovviamente c’è) su come il Regno Unito si prepara ad affrontare lo tsunami di contagi e casi più o meno gravi che stanno per arrivare anche qui.
Non paragono nemmeno il servizio sanitario inglese (l’NHS), in cui gli inglesi credono ciecamente (fidatevi), a quello italiano, di gran lunga migliore sotto tutti gli aspetti e che troppo spesso gli italiani danno per scontato. No, quello che state per leggere descrive una situazione a mio avviso molto più profonda, che dovrebbe far riflettere molto proprio noi italiani, non tanto in questo momento di piena crisi quanto dopo, quando l’emergenza finirà e ci sarà da ricostruire sopra i cocci che la stessa avrà lasciato.
Ripeto, vivo qui da 17 lunghi anni: dopo tutto il tempo in cui sto nel Regno Unito pensavo proprio di averlo capito a fondo e che non mi avrebbe più riservato alcuna sorpresa. E invece venerdì scorso il primo ministro inglese, Boris Johnson, ha fatto un discorso alla nazione ammettendo praticamente che la linea guida del governo era quella di non far nulla (o comunque poco) per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus che sta attanagliando ormai l’intera Europa e tutto il mondo e che quindi molte famiglie devono prepararsi a perdere prematuramente i loro cari.
La mia prima reazione è stata di stupore, seguita subito dopo da una sorta di rassegnazione. Stupore e rassegnazione alle parole del primo ministro, direte voi?
Ebbene no: da Boris Johnson, da puro e duro conservatore qual è, potevo anche aspettarmi un comportamento e un discorso del genere.
Il mio stupore e la mia rassegnazione sono stati dettati dalla completa e totale assenza di reazione da parte dell’opinione pubblica (e praticamente anche della stampa): nessuna protesta, nessun (beh, diciamo pochi) titolone sui giornali, nessuna petizione, niente di niente.
Già oggi, a una settimana da quel discorso, l’atteggiamento del governo è completamente cambiato e, se non a un completo dietrofront, stiamo assistendo per lo meno a un netto cambio di direzione che porta il governo inglese più in linea con il comportamento delle altre democrazie europee.
Ma tale inversione di rotta è stata indotta da una reazione dell’alta comunità scientifica inglese, soprattutto da studi pubblicati da alcune tra le università più prestigiose del Paese, non certo da proteste più o meno violente di gente scesa in piazza, o da una reazione della stampa, o tanto meno dell’opposizione. E questo mi ha fatto riflettere, molto.
Perché da noi, in Italia, si farebbe un finimondo per molto meno. Perché da noi, in Italia, le prime e le seconde e forse anche le terze pagine di tutti i quotidiani e i telegiornali non avrebbero parlato d’altro per giorni. Perché se il primo ministro Conte avesse pronunciato le stesse parole, probabilmente non sarebbe nemmeno riuscito a scendere dal palco.
Preferisco la mentalità inglese a quella italiana? Assolutamente no, ritengo vergognoso che un’intera nazione accetti parole così dure e un comportamento di quasi totale disinteresse verso il bene più prezioso, cioè la vita!
Ma vi prego, riflettete: prima di criticare le azioni del nostro governo pensate che non troppo lontano da voi c’è un’intera nazione che è disposta a seguire le direttive della propria classe dirigente, qualunque essa sia, senza discuterle e fidandosi.
Ora, in questo momento di profonda crisi, all’improvviso ci riscopriamo tutti italiani e la coesione nazionale non è forse mai stata così forte dal dopoguerra a oggi.
Lungi da me criticare questa cosa. Anzi, la condivido pienamente e non è passato giorno - di questi 17 anni - in cui non ho tessuto le lodi del nostro Bel Paese a colleghi e amici stranieri.
Ma per favore, continuiamo a essere coesi e rispettosi anche quando questa emergenza sarà alle spalle. In quello, forse, sarebbe meglio essere un po’ meno “italiani” e un po’ più… “inglesi”.

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