sabato 2 febbraio 2019

“I Promessi sposi” nelle immagini di Sora. E nelle lettere di Manzoni


di Claudio Redaelli
Era l’anno 1986 e con “Ettore Bartolozzi editore” di Lecco veniva dato alle stampe (in edizione numerata) I Promessi sposi attraverso l’immagine, di Orlando Sora, con lettere autografe di Alessandro Manzoni.
A curarne la presentazione fu l’allora prevosto di Lecco monsignor Ferruccio Dugnani, il quale non esitò a scrivere che “per far parlare i personaggi e rilevarne i sentimenti” all’arte di Sora, grande artista scomparso nel 1981, bastava pochissimo. “Si provi a porre attenzione agli occhi - osserva il sacerdote - quegli occhi piccoli come capocchie di spillo e pur così espressivi: ora interrogativi, ora inquieti, ora dolenti, ora attoniti, ora gioiosi… Guardate per esempio quelli di Perpetua… o quelli di Lucia nel mezzo delle compagne con gli occhi bassi eppur parlanti. O quelli delle due donne che riferiscono concitatamente quanto è avvenuto a padre Cristoforo”.
E ancora: “Oppure si osservino gli occhi di Lucia quando Gertrude in un attimo di lucida verità la richiama, per poi subito rilasciarla in balìa dei prepotenti: occhi inquieti, pieni di incertezza, contrappuntati dal movimento stesso delle braccia e delle mani nella vana ricerca di un appoggio qualsiasi. Quale contrasto con quegli occhi, umidi di pianto nei lineamenti disfatti, ma finalmente distesi e pieni di luce dell’Innominato dopo il colloquio con il cardinal Federigo: occhi che hanno ritrovato Dio”.
Monsignor Dugnani nella stessa presentazione spiegava che I Promessi sposi attraverso l’immagine non era un libro da leggere nel senso tradizionale del verbo ma da “contemplare”, da godere e da fruire.
“Dall’interpretazione, sempre sobria, che il Sora dà delle pagine del Manzoni - osservava il prevosto - emerge una realtà vista con gli occhi puliti di un fanciullo che sa di potersi fidare di Colui che lo guida per mano”. E allora contemplare quelle immagini “è qualcosa di più che ritrovarle disperse tra le pagine del romanzo. Vederle raccolte l’una dopo l’altra fa nascere nel cuore come un senso di levitazione, di freschezza, di pulizia interiore. E così la fruizione estetica opera in noi quella catarsi che è segno distintivo della vera opera d’arte.  E diventa un modo di andare in breve alla sostanza del romanzo, a quella sostanza e a quel valore che non sta certo tutta ed esclusivamente nella trama”.
Quindi spazio alle lettere autografe del Gran lombardo custodite nella Biblioteca comunale di Forlì e, di seguito, ai meravigliosi disegni di Orlando Sora, a partire da quello dei “bravi” in attesa di don Abbondio fino al gioioso “E furono sposi”, passando per il Griso che accende il lanternino, Lucia che piange nella barca, Renzo che chiede un boccone alla vecchia ostessa, i ricoverati al Lazzaretto per la carestia, la fuga sui monti per scampare ai Lanzichenecchi, gli appestati per strada e Renzo che ritrova padre Cristoforo.

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