domenica 21 giugno 2020

Don Marco Nogara: “Il virus più pericoloso? E’ quello della pigrizia”

Il sacerdote mandellese ha celebrato oggi la messa trasmessa in diretta da Espansione Tv e ha detto: “Non dobbiamo avere paura, perché proprio la paura rischia di imprigionare la nostra vita”
Don Marco Nogara questa mattina nella chiesa parrocchiale di Brunate. A sinistra, don Carlo Calori.
(C.Bott.) Il primo pensiero, aprendo la celebrazione eucaristica, è stato per il sacrificio di suor Maria Laura Mainetti. “Venerdì ci siamo tutti rallegrati - ha detto don Marco Nogara - per la firma da parte di Papa Francesco del decreto con cui è stato riconosciuto il martirio della religiosa. E allora oggi chiediamo al Signore gli stessi doni che ci ha lasciato in eredità suor Maria Laura, i doni del coraggio e della libertà”.
E’ stato il sacerdote mandellese a presiedere la messa celebrata questa mattina nella chiesa parrocchiale di Brunate intitolata a sant’Andrea apostolo. Con lui anche don Carlo Calori, già parroco di San Fedele in Como, la stessa parrocchia ora guidata da don Pietro Mitta, parroco a Mandello “Sacro Cuore” fino al 2018.
All’omelìa don Marco ha più volte richiamato il Vangelo di Matteo della XII domenica del tempo ordinario, ricorrenza liturgica di san Luigi Gonzaga, e quell’invito a non avere paura più volte ripetuto da Gesù ai suoi discepoli. “No, non dobbiamo avere paura - ha detto il sacerdote - perché proprio la paura rischia di imprigionare la nostra vita e ci rende schiavi”. “La parola di Dio - ha aggiunto - ci chiede di smascherare quello che c’è nei nostri cuori, a partire dalla pigrizia”.
Eccolo il vero virus da cui guardarsi. “Un virus pericolosissimo - ha osservato don Marco - al pari appunto di quello della paura, che ci impedisce di essere cristiani autentici. Dobbiamo allora avere fiducia nella presenza di Dio e accettare il suo abbraccio, che ci porterà gioia”.
Il celebrante ha quindi ricordato, dopo un nuovo riferimento a suor Maria Laura, anche la figura di fratel Giosuè Dei Cas, laico consacrato di origini valtellinesi morto di lebbra all’inizio degli anni Trenta nel Sud Sudan. “Era cristiano - ha detto - e ha voluto restare sempre accanto ai propri fratelli malati. L’ha fatto fino alla fine, fino ad ammalarsi lui stesso”.
Poi un nuovo riferimento alla paura: “Quando uno è nelle mani del Signore non deve temere nulla”. E un ultimo accenno alla pigrizia. “E’ proprio quello - ha concluso il sacerdote - il virus che uccide il nostro spirito”.

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